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Bottura: “mai fidarsi di un cuoco italiano pelle e ossa”

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Questo è il titolo internazionale del libro di Massimo Bottura presentato anche a Milano martedì 28 ottobre nello spazio eventi di Eataly Smeraldo dove un raggiante Farinetti lo ha posto sul piedistallo del suo teatro del cibo.
In italiano si è preferito “Vieni in Italia con me” che ricordando un po’ il “Viaggio in Italia” di Jamie Oliver, fa sperare che, finalmente, un nostro cuoco, fra i più rappresentativi anche all’estero, grazie alle sue 3 stelle Michelin e ad altri prestigiosi riconoscimenti internazionali, restituisca all’Italia il primato di promuovere la nostra cucina nel mondo.
Sì, perché oggi non è così, infatti, per ora è proprio l’inglese, macchina da guerra della cucina di stampo mediterraneo, a render il miglior servizio alla nostra cultura gastronomica e questo, seppur sia giusto essergli riconoscenti non sta bene, dobbiamo riprendere lo scettro.
Bottura che è italiano ed è anche più magro di Oliver, ha finalmente l’autorevolezza per spodestarlo, perché solo questa mancava, il resto è una distanza anni luce che è difficile colmare anche per molti altri cuochi più celebrati.
Massimo Bottura incarna la sua terra, la nostra terra, con il fuoco della passione che solo un emiliano sa metterci, così può permettersi di filosofare su di un tortellino, su di una scaglia di Parmigiano Reggiano e sa che, comunque, una platea, sempre folta e rapita, lo seguirà nei suoi ragionamenti, a volte, arzigogolati, ma sempre genuini.
Così anche la presentazione del libro, un evento degno di un’udienza papale tanto è seguito, è un piccolo saggio di botturese, che mai stanca, perché sai che viene dal cuore ed i contenuti delle pagine vergate dal cuoco modenese sono quella summa del suo pensiero da divorare con gli occhi, quasi fosse un piatto. Magari uno di quei suoi piatti che con tutta la creatività che si possa immaginare, rappresentano al palato la memoria perfetta dei piatti più tradizionali che conosciamo, in primis quelli che proprio Massimo Bottura riconosce come paradigma della sua cucina, della sua anima, come la lasagna, per citarne uno.
Le ricette? Da un libro di un cuoco ci si aspettano anche quelle. Ci sono, tranquilli, ma in fondo, quasi un omaggio ai suoi lettori, ma senza dare troppa importanza, perché prima ci sta il racconto che parte da Campazzo 29 ed arriva ai giorni nostri e come chiosa il cuoco di Modena riallacciandosi al progetto sul recupero lanciato per Expo 2015: “il futuro dei cuochi sarà anche emozionare con un pezzo di pane secco”.

Aldo Palaoro

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