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Cioccolato puro o no così si esprime la Corte di Giustizia

cioccolato-puro

cioccolato-puroGentile Redazione,
sono proprietario di un bar in un piccolo paese in provincia di Ancona. Ai miei clienti cerco di offrire il maggior numero di servizi possibile, per questo da circa un anno ho dotato il mio locale di uno spazio in cui sono in vendita diversi prodotti dolciari, in particolare a base di cioccolato.
Ho avuto notizia di una recente sentenza della Corte di Giustizia che condanna l’etichettatura di prodotti con la dicitura “cioccolato puro”. Mi chiedevo se, visto che nel mio bar vendo tavolette di cioccolato pregiato che contengono in etichetta tale definizione, potessi essere soggetto a qualche tipo di sanzione.
Giovanni Mondello
La risposta di Cristina La Corte, Avvocato dello studio legale Avv. Gaetano Forte
Il 25 novembre scorso la Corte di Giustizia ha stabilito che la Repubblica Italiana, prevedendo con la propria normativa nazionale la possibilità di completare con l’aggettivo “puro” la denominazione di vendita dei prodotti di cioccolato che non contengono grassi vegetali diversi dal burro di cacao, è venuta meno agli obblighi comunitari derivanti dall’art. 3, n. 5 della Direttiva 2000/36/CE, relativa ai prodotti di cacao e di cioccolato destinati all’alimentazione umana, nonché alle direttive comunitarie concernenti l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentati.
Il contenzioso comunitario ha avuto origine dalla richiesta della Commissione delle Comunità Europee di dichiarare l’inadempienza da parte dell’Italia alla normativa comunitaria per l’adozione di una disciplina nazionale (in particolare, il riferimento è all’art. 6 del d.lgs. 178/2002) che consente, appunto, di utilizzare l’aggettivo “puro” o la dicitura “cioccolato puro” per l’etichettatura dei prodotti di cioccolato che non contengano grassi vegetali diversi dal burro di cacao. Secondo la Commissione, infatti, la distinzione tra cioccolato e “cioccolato puro” costituirebbe una violazione della Direttiva 2000/36/CE e sarebbe contraria alla giurisprudenza della Corte, che ha riconosciuto la natura identica dei prodotti di cioccolato che contengono fino al 5% massimo di taluni grassi vegetali. L’utilizzo dell’aggettivo “puro”, pertanto, non sarebbe né corretto (conferirebbe automaticamente una connotazione negativa al prodotto che non reca tale dicitura), né imparziale (ingannerebbe il consumatore inducendolo a pensare che esistano due categorie di cioccolato), e sarebbe pertanto ingannevole.
L’Italia ha argomentato a propria difesa che permettendo l’utilizzo dell’aggettivo “puro” non ha voluto creare una nuova denominazione di vendita, né un nuovo criterio di qualità, ma semplicemente facilitare il consumatore nell’individuazione della composizione del cioccolato, distinguendo quello contenente solo burro di cacao (con la dicitura “puro”), da quello prodotto con l’utilizzo di sostanze alternative, come oli vegetali.
Nonostante tali argomentazioni, la Corte di Giustizia ha dichiarato l’inadempienza dell’Italia alla normativa comunitaria, affermando non solo che la definizione “puro”, introdotta dalla legislazione italiana, come i termini “al latte”, “bianco” o “ripieno”, costituisce una nuova denominazione di vendita del cioccolato, ma anche che la disciplina italiana non è giustificabile neppure dal punto di vista della corretta, imparziale ed obiettiva informazione del consumatore. Essa, infatti, consentendo di mantenere due categorie di denominazioni di vendita – cioccolato e cioccolato puro – che designano il medesimo prodotto, è idonea a indurre in errore il consumatore.
Gli effetti della sentenza della Corte di Giustizia non comportano però alcuna sanzione pecuniaria né a carico dello Stato, né tanto meno in capo ai privati. L’unico effetto della sentenza è, infatti, quello di costituire in capo allo Stato dichiarato inadempiente l’obbligo di prendere i provvedimenti necessari che l’esecuzione della sentenza stessa comporta, al fine di conformarsi alla normativa di riferimento.

Avv. Cristina La Corte

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