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Contro lo spreco alimentare, ritornare al cibo come valore

In Svizzera, dove abito, un terzo degli alimenti comperati viene sprecato, due milioni di tonnellate di cibo perfettamente commestibile non viene consumato. Caricato su camion, si formerebbe una colonna che da Zurigo raggiunge Madrid. In Italia le cifre sono simili: secondo dati FAO, lo scorso anno nella Penisola sono stati buttati via 84,9 kg di cibo per famiglia, ovvero 2,2 milioni di tonnellate di alimenti a livello nazionale, per un costo di 8,5 miliardi di euro (che corrisponde allo 0,6% del PIL). Nelle mense scolastiche un terzo dei pasti preparati non viene consumato, e nei supermercati lo spreco di cibo al giorno per abitante è di otto grammi. Nella top 3 dei cibi più sprecati ci sono la verdura, il latte e latticini, e la frutta. Nell’UE lo spreco alimentare riguarda 90 milioni di tonnellate di alimenti, 280kg a persona annui. Il 20% degli sprechi si verifica nel settore agricolo (perdite di raccolto, beni di scarto), un altro 40% nel corso del trasporto, commercio e lavorazione e circa il 40% è a carico del consumatore.

In Italia, il 50% degli sprechi avviene in casa. Compriamo ‘troppo’ e ‘di più’. Dati alla mano, vedimo che la spesa alimentare media italiana nel 2017 è aumentata rispetto all’anno precedente (457 euro mensili, +2,0% rispetto ai 448 euro del 2016, mentre nel 2001 la spesa mensile pro capite era pari a 195 euro – fonte ISTAT). E’ un trend che riguarda anche realtà oltre confine. Circa un secolo fa, le famiglie svizzere spendevano il 40-50 percento del loro reddito in generi alimentari; oggi è dal sei all’otto per cento. Qui, come in altri paesi sviluppati, il risultato non è solo che le persone possono permettersi di acquistare più del necessario (che poi buttano via), ma anche che il basso costo del prodotto va a discapito degli altri costi, ad esempio quelli ambientali derivanti dalla produzione alimentare, che non sono inclusi nel prezzo, così come non lo sono la quantità di risorse e la manodopera necessaria per portare i prodotti alimentari al consumatore. Tra l’altro la giungla delle diciture (‘usare entro’ / ‘meglio consumare prima di’ / ‘usare almeno metà confezione prima di’) non aiuta certo il consumatore a decidere cosa va gettato e cosa può ancora essere consumato.

Un altro grande spazio dove avviene lo spreco alimentare è il supermercato e la ristorazione. Nei ristoranti italiani, ad esempio, si sprecano ancora ogni anno 185mila tonnellate di cibo. Qualche buona pratica fortunatamente va diffondendosi. Nel nostro Paese, ad esempio, con l’entrata in vigore della legge 166 contro gli sprechi alimentari, in termini di gestione e recupero delle eccedenze lungo la filiera agroalimentare, il sistema delle donazioni certificate ha registrato un aumento del 20%. Anche in Francia è stato imposto ai supermercati di donare l’invenduto ancora edibile alle associazioni del terzo settore. In Svizzera, a Zurigo, Lauren Wildbolz, blogger e titolare del primo ristorante vegano della città, cucina più volte l’anno un pasto gratuito con prodotti avanzati, mentre negli “Ass Bar” sono venduti prodotti e dolci da forno meno freschi a prezzi ridotti. Dai paesi anglosassoni arriva l’idea, laggiù ormai consuetudine, di lasciare i ristoranti con la doggy bag, un contenitore – oltretutto ecologico – che contiene cibi e bevande non consumate, per dare ai clienti la possibilità di consumarle in un secondo momento agevolmente a casa, tra l’altro prolungando il piacere di un’esperienza di qualità.

Le campagne di sensibilizzazione anti-spreco alimentare lanciate in vari Paesi si moltiplicano, si è detto: come riutilizzare i resti nelle cucine, come stare attenti a riempire il carrello durante la spesa e come leggere le etichette. Tuttavia: è sufficiente insegnare ‘come fare’? Il limite di alcune campagne che circolano e sono promosse anche da enti importanti è quello di concentrarsi meramente nel dare una lista di suggerimenti descrittivi, in alcuni casi precetti prescrittivi, eppure senza spiegare perché. Perché non bisogna sprecare il cibo? Di recente ho visitato foodwaste.ch, un sito svizzero (in lingua tedesca e francese, per ora) che non solo offre interessanti tips, consigli, su come evitare gli sprechi, ma che porta anche a riflettere positivamente sul valore del cibo. Ideato da un ricercatore del Politecnico di Zurigo, Claudio Beretta, il sito enfatizza l’importanza di insegnare a riappropriarsi dei contenuti etici del cibo: quando si conosce quanto lavoro è necessario per produrre quello che consumiamo, quanto terreno viene utilizzato, quanto inquinamento ne consegue – a quante persone (800 milioni) soffrono ancora di fame – ecco che è possibile avvicinarsi all’essenza di ciò che consumiamo. Il cibo esprime il dono della terra e dell’uomo che l’ha prodotto, preparato e portato sulla tavola. Riconquistare il valore etico del cibo come dono ricevuto è fondamentale per imparare a rispettarlo e, dunque, non sprecarlo.

Valeria Camia

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