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Da ALMA, le “Radici del nostro futuro”

Si è conclusa ieri la tre giorni di ALMA VIVA 2013, il contest organizzato dalla Scuola Internazionale di Cucina che, ad ogni edizione, oltre a tracciare l’hic et nunc della, o meglio, delle gastronomie italiane dentro e fuori confine, aggiunge tasselli significativi al disegno di ciò che sarà di esse nell’immediato e nel prossimo futuro.

L’ultimo appuntamento del ricco programma che da sabato ha animato le magnifiche sale e il giardino della Reggia di Colorno è stato il primo workshop interattivo della storia di ALMA, non un convegno ma più un team building, senza relatori ma con l’apporto delle conoscenze degli esperti presenti, cuochi, pasticceri, sommelier, F&B managers, economisti, antropologi, imprenditori, giornalisti e oltre.
Condotto da Andrea Guida, collaboration in organizations e facilitatore nel riconoscimento e nella crescita dei valori, ha avuto così luogo “Cucina è. Le radici del nostro futuro. Internalional Culinary Lab”: “L’obiettivo è pensare, esercizio in apparenza banale ma al quale ci siamo tutti un po’ disabituati. – spiega Guida alla platea di oltre 200 professionisti – Le risorse per farlo, in questa occasione, sono due: l’eterogeneità dei partecipanti, che accresce verticalmente il valore dell’attività in quanto tutte le aree food sono rappresentate, e l’occasione del tempo, per ragionare e condividere vissuti e ipotesi orizzontalmente”.

E allora il primo esercizio, la Time line, ha consentito di creare e riempire una mappa temporale scandita di date che hanno segnato una svolta e di ipotetici cambiamenti evolutivi o involutivi da qui al 2100. Dal Congresso di Vienna, 1815, che, ha sottolineato il Prof. Giovanni Ballarini “ha segnato la fine della Cucina Rinascimentale in favore dalla Cucina Borghese Moderna, evolutasi con Pellegrino Artusi per poi declinare progressivamente arrivando a oggi, morta del tutto”, fino all’ipotesi di un 2050 con la Cina prima economia mondiale, la presa di coscienza politica del tema del diritto al cibo, il 60% della popolazione mondiale di origine asiatica e quasi tutta vegetariana.
Passando per tappe certe, come la prima Guida Michelin nel 1900, la scoperta delle vitamine nel 1912, il primo surgelato nel 1928, la nascita di Gualtiero Marchesi nel 1930, la prima paura alimentare nel 1956, l’inizio del boom economico con la nascita degli elettrodomestici, della catena del freddo e del primo supermercato italiano nel 1957, il concetto di dieta mediterranea introdotto nel 1967, il sottovuoto nel 1974, l’associazione Linea Italia in Cucina, nata a Maleo (Lodi) nel 1980, stesso anno dell’esordio di internet e del primo ristorante giapponese in Italia, il primo microonde nel 1982, la piramide alimentare nel 1996, la nascita di Alma nel 2004, il primo regolamento europeo sugli alimenti salutistici nel 2006, le prime tasse sugli alimenti zuccherati, in Francia nel 2008, le nuove etichette nel 2010, anno in cui si determina che il 50% dei bambini italiani è in sovrappeso, fino al 2015, anno di EXPO e anno in cui 2 milioni di bambini moriranno ancora di fame. E questa, purtroppo, non è un’ipotesi.

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La seconda parte dei lavori ha visto la platea dividersi in gruppi di discussione, orientati su quattro macro temi, the long (re)tail food, the local food, il food addizionato e il food 2.0, utili per creare mind-map semantiche.

Il nostro direttore, Roberto Martinelli, ha preso parte al primo gruppo, ipotizzando quali saranno i mercati verso il mondo del cibo nel fuori casa e at home: “Con i flussi migratori sempre più incessanti, con la previsione che tra una trentina d’anni la popolazione europea sarà in netta minoranza, la vera missione sarà tutelare e salvaguardare la cucina mediterranea e la tradizione; d’altra parte, la società multietnica potenzierà la crescita delle cucine internazionali, etniche appunto, oggi ancora di nicchia ma domani generalizzate, quotidiane” ha spiegato Martinelli. “La sfida allora sarà doppia: si tratterà di saper proporre la tradizione, nostro patrimonio, a partire per esempio dall’inserimento dell’alimentazione italiana come materia scolastica primaria, ma anche di saper, da parte della ristorazione, specializzarsi sempre di più verso gli altri Paesi sapendo cogliere l’avanzamento delle nuove domande della popolazione straniera”.
Rispetto ai consumi at home, continua Martinelli “l’invecchiamento della popolazione, i tempi sempre più ristretti da destinare al cibo, l’attenzione necessaria al denaro riservato alla spesa, l’influenza dell’entrata in casa delle nuove tecnologie e degli apparecchi elettronici, la cultura salutista, le problematiche legate alla salvaguardia dell’ambiente, modificheranno gli stili di consumo delle famiglie italiane e creeranno nuove opportunità di business, legate ai packaging sostenibili, ai preparati pronti o semipronti, ai cibi con valori nutrizionali equilibrati”.

Le chiavi per provare a interpretare quelli che saranno i consumi non mancano, i fronti ipotetici – ma neanche tanto –  da poter seguire e approfondire anche. Quello che sembra certo è che a partire da oggi non si possa più negare la necessità di internazionalizzarci, realtà che si può subire o scegliere, strategicamente ma soprattutto culturalmente, di vivere come opportunità, di business e di crescita.

 

Alessandra Locatelli

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