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Feste e sagre prima dei controlli fiscali…

sagra-estiva

sagra-estivaSpecie nel periodo estivo non c’è località o paese che non organizzi la propria festa popolare. Non c’è Proloco, polisportiva, comitato (aggiungiamo pure partito politico?) disposto a rinunciare alla propria manifestazione.  E se per caso ci fosse mai qualcuno del posto o avventore di passaggio, magari al rientro dalle ferie, preso dall’idea di sponsorizzare la bocciofila o il comitato della polenta fritta nulla di male, ma se l’iniziativa non ha nulla di attraente perché mettere tutti a tavola? Semplice: quale altro modo o motivo nazionalpopolare meglio della tavola può fermare i più truci degli istinti, i diversi colori politici o le goliardiche rivalità tra territori confinanti? Ecco allora e meno male che c’è, gli italiani si ritrovano tutti fraternamente uniti e socievoli uno fianco all’altro coi piedi sotto la tavola. Poi che sia festa del cinghiale,  della lumaca o del peperone non importa, vale ancora  il detto popolare: “o Francia o Spagna, purché se magna” .
Il periodo è assai propizio per gli organizzatori di feste, il  caldo spinge grandi e piccini, pensionati compresi a uscire di sera e trovare di che cibarsi sotto le stelle, pardon, sotto le bollenti  tensostrutture, dove il volo noioso di insetti e zanzare possono accompagnare  infelicemente il pasto degli incauti avventori sprovvisti di  spray repellente.
Se ogni comune in Italia facesse in media due o tre feste “en plein air”, si potrebbero calcolare tranquillamente qualcosa come 20/30 mila manifestazioni solo nel periodo estivo, una caterva di iniziative dal giro d’affari incalcolabile, ma sicuramente importante e tale da essere preso sul serio per diversi motivi. A cominciare dalla possibilità di offrire sbocchi occupazionali ai tanti professionisti della ristorazione disponibili alla libera professione e alla consulenza.
Invece incontriamo migliaia e migliaia di improvvisati camerieri, spesso giovani per non dire adolescenti che si confondono tra i tavoli coperti da finte tovaglie di plastica e carta e improbabili cuochi del giorno prima del tutto ignari di ciò che significa cucinare, dall’aspetto alquanto poco rassicurante se si pensa che si mangerà ciò che uscito dai loro tegami. E al momento del pagamento, chi vede mai il registratore di cassa?  Esisteranno i controlli fiscali? Meglio parlare d’altro, meglio pensare all’igiene. Piatti, posate e bicchieri tutto controllato pulito e garantito. Esattamente come in cucina, le cui ispezioni sanitarie e i controlli sulla pulizia vengono rigorosamente effettuate personalmente dai presidenti di Proloco e da segretari di circolo e se tutto è in ordine ci sta pure la pacca sulla spalla.
Ma la ristorazione vera, quella professionale che fa, quella che vive dei prodotti del territorio e delle tradizioni tace o non viene ascoltata. Le proposte fatte anni or sono dalle associazioni professionali non se ne sa nulla, nessuno intende affrontare l’argomento che immancabilmente ogni anno e si ripresenta.
Non sarà soltanto un motivo fiscale o una  questione di igiene, ma prima c’è una ragione professionale. Per favore lasciamo stare i prodotti tipici: lumache, cinghiali e baccalà lasciamoli cucinare a chi lo fa per lavoro e si spende con sacrificio e passione. I prodotti del territorio non hanno bisogno di essere sostenuti da improvvisate feste  senza  regole che hanno tutt’altro scopo che promuovere la gastronomia tipica.

Roberto Martinelli

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