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Giorgio Calabrese spiega perché i grassi creano dipendenza

giorgio-calabreseCapita con le ciliegie, una tira l’altra, ma non solo. A tutti, nella vita, è successo più volte di pensare che, alcuni alimenti grassi, come ad esempio le patatine fritte, scatenino un effetto droga che impedisce di limitarne il consumo e induce a mangiarne, finché il piatto, o la busta, non resta vuota.
Sebbene il meccanismo di questa reazione compulsiva fosse noto da tempo in ambiente scientifico, oggi è stato dimostrato dal team dell’italiano Daniele Piomelli dell’università di Irvine in una ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences: esiste una ragione chimica ben precisa per cui i grassi contenuti in questi cibi inducono lo stomaco a produrre droghe naturali simili alla marijuana che accendono il segnale di ‘no stop’, cioè quell’irresistibile desiderio di mangiarne ancora.

Il meccanismo ce lo spiega il Prof. Giorgio Calabrese, Docente presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza e Università degli Studi di Torino, massima autorità in Nutrizione e Alimentazione, nonché membro dell’Authority europea della sicurezza alimentare.

“I grassi stimolano nello stomaco la produzione di endocannabinoidi, sostanze che ci danno il senso di ripetitività del piacere. Il processo è semplice: più ne immettiamo nell’organismo, più si producono endocannabinoidi, quindi più il desiderio aumenta come si trattasse di una droga, di una compulsione”.
“Un comportamento analogo avviene nel cioccolato con la produzione di andamide, una molecola che mima le azioni dei comuni cannabinoidi, inducendo a sua volta a consumi compulsivi.”

Quali potranno essere gli sviluppi di questa scoperta a livello scientifico?

“Gli endocannabinoidi potrebbero rivestire un ruolo fondamentale nella tutela della nostra salute permettendo di sviluppare nuovi farmaci per alleviare i sintomi di alcune malattie come la sclerosi multipla, per indurre l’aumento di peso nei pazienti malati di AIDS e in quelli malati di tumore per ridurre il senso di nausea durante la chemioterapia.
Inoltre, gli antagonisti del recettore potrebbero inibire a livello locale, e non centrale, il desiderio di ingerire i grassi e questo sarebbe un grandissimo passo avanti per la cura contro l’obesità.”

E nell’industria alimentare quali potranno essere le conseguenze?

“Mentre a livello internazionale la tendenza è quella di non limitare il tenore in grassi degli alimenti – rassicura Calabrese –  in Italia la rotta intrapresa è positiva. L’industria si è da tempo resa conto che, per vendere di più, un prodotto deve essere salutista e per essere salutista deve avere un basso contenuto di grassi.”

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