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Il pic-nic che unisce l’Italia

Elegant picnic with red wine, fresh grapes, cheese, baguette and sausages arranged on a rustic stone table in a lush green spring or summer park, with copy space

Nell’Italia con le sue mille identità di campanile, paese, città, contraddizioni e bizzarrie, può il pic-nic avvicinare e unire, perfino? E’ anche seduti gli uni accanto agli altri, nell’osmosi e nello scambio – culinario – che si possono andare a creare le identità culturali, nel tempo. Tra comunanze e diversità, insieme.

Nato, pare, nel ‘600 come pausa durante lunghi viaggi a cavallo o battute di caccia organizzati per molti aristocratici, il picnic (da pique, prendere, e nique, piccola cosa) non è rimasto di esclusivo appannaggio dei nobili. Nel corso dei secoli, è divenuto prassi al di fuori della cerchia aristocratica e già nei primi del’800 incarna valori comunitari, di condivisione e di fratellanza.

Oggi il pic-nic è per lo più il fine stesso di una passeggiata o escursione tra amici e con la famiglia: ci si ferma, giunti alla meta, finalmente, per gustare piatti preparati per l’occasione. Eppure proprio in quella vicinanza, con la natura e chi ci siede accanto; in quella commistione di cestini riempiti di piatti simili eppure diversi (perché preparati da individui con storie e vissuti differenti): ecco, in tutto questo possiamo riappropriarci di valori legati alla condivisione e alla terra. Possiamo conoscerci più a fondo.

A lungo ho pensato che il piatto forte del pic-nic fosse il panino con lo speck. Perché era quello che riempiva i miei pranzi da bambina, seduta su di un sasso, o distesa sul prato, davanti alle catene alpine della Valtellina. Il ‘mio’ pic-nic era tutto racchiuso in quel panino e quello, con il prosciutto, di mia sorella, che volevo sempre assaggiare. Semplicità e condivisione. Anni dopo, da ragazza, del pic-nic amavo la trasgressività, la sospensione delle regole del bon ton e del galateo a tavola: prendere le pietanze con le mani, utilizzare un solo piatto per assaggiare un po’ di tutto, mangiare seguendo un ordine di assaggi ‘proprio’.

In Inghilterra ho conosciuto un altro modo ancora di fare il pic-nic. Oltre la Manica, il pranzo seduti sull’erba è carico di solennità. Gli inglesi, al primo raggio di sole (o alla prima occasione senza pioggia) preparano ‘il cestino’ e si precipitano nei prati. Sono stata a corse di cavalli, a concerti, perfino a partite di cricket; in campeggio in Galles e nella regione dei Laghi, al confine con la Scozia: il pic-nic inglese non è mai mancato, con contenuti molto ricchi eppure uguali, a nord come a sud. A dipendenza del tempo, la versione del pic-nic inglese prevede themos di zuppe calde, poi i pickles (le verdure sottaceto), il loaf (il classico pane a cassetta), molti formaggi inglesi come il Cheddar e lo Stilton, uova sode, pies varie, pasticci di carne aromatizzati con la salsa Worcester.

Di recente con i miei figli ho ripreso a fare pic-nic. Siamo stati, noi, ad esempio, parte del 40% degli italiani che hanno fatto nelle vacanze pasquali una gita all’aria aperta e mangiato su di una coperta. Siccome eravamo in Ticino, il nostro pic-nic prevedeva, tra l’altro, frittata alle erbette e salumi prodotti nel Cantone svizzero (si badi bene, prosciutto, salame e coppa). Con noi c’era un’amica, originaria della Sicilia. Ha preparato, nostalgica della sua Terra, rigatoni al forno, peperoni imbottiti, melanzane alla parmigiana e cotolette impanate. Ho provato tutto, anche piatti che non conoscevo. Deliziosi.

Ecco. Il pic-nic, nella cultura italiana, non è solo semplicità e condivisione ma può divenire anche un’occasione per conoscere, apprezzare e integrare la diversità culinaria che caratterizza la nostra Penisola e chi vi abita. Il pic-nic all’italiana non è solo un ricettario di piatti, generalizzato e standardizzato allo stesso tempo. E’ un’espressione di regionalismo, dell’indole dialettale della cucina italiana e al contempo può diventare strumento di coscienza di quello che tiene unita la cultura italiana nel suo complesso, nella diversità.

Valeria Camia

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