Buon compleanno, Sheraton Roma
15 Maggio 2013
Diventa “Salumiere per un giorno”
16 Maggio 2013

L’utopia alla base del rinnovamento: il gastronomo fa economia politica.

Convivio, il ciclo di serate organizzate da Fondazione Corriere della Sera con il sostegno di Expo2015, si è chiuso con l’intervento di Carlin Petrini, fondatore di Slow Food.

Alla fine del suo monologo, uno slogan ed un richiamo letterario illustrano meglio di un curriculum la storia e la vita di un uomo che ha voluto e saputo guardarsi dentro e capire che la vita, perché sia degna di esser vissuta, ha bisogno di una scossa.
La frase ad effetto è: “chi semina utopie, raccoglie realtà”; il richiamo letterario è a Cervantes ed al messaggio veicolato attraverso le due figure protagoniste del suo capolavoro: Don Chisciotte esempio dell’essere visionario, Sancho Panza fulgido simbolo del più sano pragmatismo. É lo stesso Petrini a volersi presentare, senza dare per scontata la sua notorietà, per far capire all’uditorio, raccolto intorno al tema di Convivio “a tavola tra cibo e sapere” quale sia il nesso tra queste due parole, ma allargandosi un po’ tra gastronomia ed economia politica.
Carlin Petrini si definisce “un gastronomo”.
Non rinuncia a scherzare sulla parola gastronomia, a stigmatizzare gli eccessi di sovraesposizione mediatica che ultimamente ha colpito come un virus cuochi e starlette, a ricondurre ricettazioni e recensioni all’esser poco più che una parziale rappresentazione del mondo della gastronomia.

La Gastronomia, forse, a questo punto, da scrivere con la G maiuscola, è, invece, qualcosa di più importante e serio, è un atto alto, fondativo, tanto che il primo atto che istintivamente facciamo da neonati è cercare il cibo. La gastronomia attiene alla chimica, alla fisica, alla biologia, all’agricoltura, alla zootecnia, all’antropologia, alla storia ed alla cultura umana: dunque, è anche economia politica. Chi governa la pancia dell’uomo, governa il mondo!
Questa premessa introduce il ricordo delle motivazioni di fondo sulle quali si basa la nascita di Slow Food: infatti, l’obiettivo che il nucleo originario di giovani di Bra si poneva trent’anni or sono era di “creare una rete di rapporti forte, in grado di interagire sulle tematiche alimentari” e rifacendosi ai concetti espressi da Brillat Savarin nella sua “Physiologie du Goût” individuava la visione ispiratrice del modello dell’associazione in una scienza complessa e multidisciplinaria, dentro la quale trovavano e trovano spazio riflessioni che garantiscono un’impostazione olistica della vita.

Petrini, però, lancia un segnale, quasi un allarme, ritenendo che l’atteggiamento perseguito negli ultimi 50 anni sia pericoloso per la sopravvivenza della nostra specie e indica alcune distorsioni che mostrano come il sistema alimentare mondiale sia ingiusto e insostenibile: innanzitutto la perdita della fertilità dei suoli, danno procurato dall’uso eccessivo di chimica, per cui la terra ha una sorta di dipendenza, è drogata. Dunque, la mancanza d’acqua, vero rischio per le guerre future. L’aver preferito le monocolture alla biodiversità. La scomparsa dei contadini, passati dal 50% della popolazione del dopoguerra al 3% odierno. Infine, la sovrapproduzione che, nonostante sia pensata per 12 miliardi di persone su 7 ha come paradossale conseguenza che 1 miliardo di abitanti della terra non abbia abbastanza e, commenta amaramente Petrini, in occidente si spende di più per dimagrire che per mangiare.

Tuttavia il fondatore di Slow Food non ci lascia solo messaggi preoccupanti, ci indica alcuni comportamenti che possono aiutarci a superare, ciascuno nel proprio, questo momento: cominciare a ridare valore, quasi sacrale, al cibo, per consumarlo al meglio e ridurre lo spreco al massimo; favorire il ritorno alla terra e difenderla dall’egemonia delle multinazionali; educazione e informazione, affinché l’uomo, nel rapporto col cibo torni ad essere elemento dirimente; rafforzare l’economia locale.

In conclusione Petrini ha voluto focalizzare l’attenzione del suo intervento soprattutto sulla biodiversità, fondamentale per il nostro futuro, ed è riuscito anche a collegare questo concetto allo slogan da lui coniato “buono, pulito e giusto”: infatti, oggi le nostre produzioni locali migliori sono garantite da migliaia di lavoratori stranieri e, dove sono trattati con rispetto, si creano le condizioni per un ritorno alla terra e all’artigianalità, come capita per Parmigiano Reggiano, Fontina, Barolo… mentre dove sono maltrattati o, peggio, schiavizzati, come per la raccolta dei pomodori, possiamo scegliere di non consumare il frutto di quella ignominia.

Insomma la Gastronomia è Economia Politica!

 

Aldo Palaoro

 

Print Friendly, PDF & Email