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Millenials, la generazione che guarda al futuro

Hanno meno di 35 anni; in molti casi vivono ancora coi genitori e quando se ne vanno non pensano a sposarsi; hanno una buona preparazione culturale ma svolgono lavori al di sotto delle loro capacità; possiedono buone competenze linguistiche, ottime digitali; hanno un rapporto naturalmente positivo verso l’innovazione ma non solo in relazione alla tecnologia, piuttosto nel coinvolgimento con uno stile di vita che riguarda lo stare al mondo con agli altri; hanno una propensione all’autoimpresa (sarà per via della crisi?); sono tra i protagonisti delle nuove filiere del cibo. In generale lavorano molto e guadagnano poco.
Sono i Millenials, una generazione diversa e con potenzialità superiori rispetto a quella dei loro genitori (i Baby boomers), una generazione che guarda al futuro.
Protagonisti primari in Expo 2015 e Padiglione Italia hanno animato eventi, seminari territoriali e attività varie formando quel vivaio – metafora rappresentativa dell’animazione che ha coinvolto talenti ed energie – pensato con l’obiettivo di dare stimolo e aiuto.
Ma soprattutto – oh sorpresa! – non sono affatto quei buoni a nulla, di poca volontà e, per dirla come qualcuno tempo fa, un po’ troppo “choosy”, insomma pigri, difficili da accontentare. Si accontentano, eccome, e si danno da fare. Senza negare le evidenti difficoltà di rapporto con il lavoro degli ultimi anni, la persistente vocazione all’imprenditorialità, inclusa la creazione di start up innovative, è un chiaro esempio della loro intraprendenza e del loro modo di affrontare la vita che non ha nulla a che fare con la retorica dei “fannulloni”.
Tutto questo è stato tema di un’indagine avviata dal Censis con Padiglione Italia, che ha dato risultati sorprendenti e, tutto sommato, rassicuranti. Ma, quanti sono questi Millenials? Sono più di 11milioni divisi quasi alla pari tra maschi e femmine con una leggera predominanza numerica dei maschi. Su di loro pesa un tasso di disoccupazione importante: il 24,2% nel 2014, con una preoccupante presenza di Neets (quelli che non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano) che ha alimentato la percezione collettiva di una gioventù nullafacente.
La realtà è molto diversa, in base ai risultati della ricerca. I giovani sono in generale disposti ad accettare un lavoro purchessia e 2,3 milioni ne svolgono uno a un livello più basso della loro qualifica dimostrando un approccio realista con il rapporto di lavoro; 1 milione di loro dichiara di aver cambiato almeno 2 lavori nell’ultimo anno; 1,7 milioni hanno lavorato con contratti della durata di meno di un mese; 4,4 persone hanno fatto esperienza in stage o tirocini non retribuiti; 1,2 milioni dichiarano di aver lavorato in nero; 1,8 milioni hanno svolto lavoretti qualsiasi pur di guadagnare qualcosa.
Dichiara Francesco Maietta, responsabile Area Politiche Sociali del Censis: “Secondo l’esperienza di questi mesi a Padiglione Italia, i giovani dimostrano una voglia di esserci brillante, in netto contrasto con la rappresentazione mediocre corrente. Malgrado, o forse grazie, alla crisi hanno riscoperto una potenzialità tutta italiana per il fare impresa che mostra una vitalità sorprendente: nel 1° trimestre di quest’anno c’è stato un boom di avvio di nuove imprese, circa 20mila, che ha in testa la riscoperta della filiera del cibo. I nostri giovani hanno letteralmente smantellato lo stereotipo che era stato affibbiato loro di essere fannulloni: nella realtà si dimostrano dei veri stakanovisti, lavorano di notte, nei week end, lavorano a distanza grazie alle tecnologie digitali, viaggiano e sono disposti a spostarsi frequentemente. E soprattutto, credono nel futuro e nel cambiamento che viene dalla quotidianità”.
Il tema induce a riflessioni epocali, afferma Aldo Bonomi, Direttore Consorzio Aster: “I giovani hanno capito che il ‘900 è finito e urge un cambiamento. Il loro atteggiamento non punta alla conservazione del passato ma alla preparazione del domani e lo dimostra un incoraggiante e concreto impegno nei riguardi del territorio, dell’agricoltura, perfino della cucina. Hanno usato Expo per mobilitare le coscienze. Resta il triste risvolto della medaglia: un reddito scarso, poche tutele da parte di ordini e corporazioni. Una nebulosa dalla quale, però, sono fermamente impegnati ad uscire. È il nuovo che avanza”.
Saranno i protagonisti di un’evidente evoluzione sociale, lo spettro ampio e diversificato di comportamenti che indicano adattabilità e vocazione al sacrificio, hanno una visione positiva dei fattori che contano nel lavoro (aggiornamento, qualificazione, sapersi relazionale con tutti), sono decisi a superare la condizione di fragilità e subordinazione che è l’eredità lasciata loro dai Baby boomers. In che misura e direzione si vedrà nel prossimo futuro. I segnali, però, sono incoraggianti.

Marina Caccialanza

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