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Nella “Bassa” un anno dopo

Un anno è passato dalla forza della natura che ha sconvolto la vita di quella gente e i giornali non ne parlano più, salvo aver riportato in ventesima i resoconti di un anniversario. Oggi il Paese ha altri temi, altri problemi  da offrire alla giostra mediatica, sicuramente non meno impegnativi. Ma nella “Bassa”, così viene chiamata quella punta di territorio dove nel giro di venti chilometri si incrociano quattro province, la vita non è più la stessa. E ci vorranno ancora anni prima che la ferita venga rimarginata, prima che la forza della natura lasci al lavoro dell’uomo e alla paziente, lenta, faticosa ricostruzione, la possibilità di cambiarne l’aspetto distruttivo ancora evidente.

È passato un anno e la vita in quelle zone non è più la stessa. Non lo puoi sapere o immaginare se non  vai di persona a vedere e se non parli con la gente. Nonostante le promesse della politica, gli impegni del governo, della regione e gli aiuti dei privati che sono arrivati, i danni sono stati tanti e talmente grandi che molto rimane ancora da fare. La gravità del terremoto è stata con molta probabilità sottovalutata fin da subito. Me ne sono reso conto quando in questi giorni sono tornato nei paesi della “Bassa” e ho attraversato i centri storici che conosco dall’infanzia. Gli edifici crollati e pericolanti sono stati solo recentemente rimossi e molte macerie non ci sono più, ma gli ampi spazi vuoti lasciati da quegli immobili che solo la memoria ti fa immaginare ancora in piedi, sono uno choc forte. Le transenne impediscono ancora gli accessi in molti isolati di Mirandola, e vederli chiusi, avvolti nella desolazione spettrale dell’abbandono, è una ferita che non sono riuscito a colmare. I municipi di molti comuni sono ancora   inaccessibili, molti uffici pubblici sono stati spostati in occasionali strutture prefabbricate o in strutture diversamente adattate. Le chiese, i palazzi storici, i castelli medioevali e le antiche fortificazioni militari risalenti agli Estensi , imponenti e belle, perfettamente  agibili prima del terremoto come biblioteche, musei o sale conferenze, veri fiori all’occhiello di tante amministrazioni, ora non sono altro che cumuli di pietre, lembi di muri deformi. Maledettamente come li ricordavo dal maggio dell’anno scorso.

Davanti al castello di Finale Emilia mi sono chiesto: ma è possibile che nella tanto decantata Emilia, forte e laboriosa, tante cose sono ancora da fare? Come se qui la gente aspettasse che qualcuno da chissà dove venisse a sistemare al posto loro? In verità, i privati che se lo sono permesso hanno sistemato case e fabbricati, ricostruito e reso agibile quanto potevano; ma molti capannoni sono ancora da ricostruire e quasi tutte le strutture pubbliche sono ancora com’erano. Per fortuna gli ospedali sono agibili e i ragazzi delle scuole finiranno l’anno scolastico senza perdere un giorno di lezione, ma quanti anni ancora andranno nei prefabbricati non si sa.

Se parli con gli amministratori, gli imprenditori o qualsiasi privato, ti dicono che ci sono mille difficoltà dovute alla burocrazia. La stessa che se da un lato dà garanzie di trasparenza e correttezza, dall’altro impone vincoli e complicazioni che rallenta ogni intervento. Non c’è persona di Finale Emilia, Cavezzo o Crevalcore che non sappia dirti cos’è la “cambiale Errani”. Uno stratagemma per tentare di mettere in moto la ricostruzione senza soldi, un’idea ardita all’italiana che consente alle banche di accettare dai privati le fatture pagando i creditori con un credito d’imposta. Questo sistema è pur sempre meglio di niente ma è macchinoso e non funziona come dovrebbe. Un problema ulteriore che oggi sembra essere il più serio, tocca alle imprese che dopo il sisma hanno messo in cassa integrazione centinaia di operai e ora sono chiuse o senza lavoro. Molte non esisteranno più, altre si sono trasferite con i loro capannoni lasciando qui manodopera specializzata senza un futuro apparente.

Oltre alla crisi economica queste zone devono superare le difficoltà di un evento che era imprevedibile, ma i segni si vedono e si vedranno chissà ancora per quanto. Gli aiuti arrivati con generosità dai privati sono stati soltanto una piccola parte di quando servirebbe per far ripartire l’economia. Basterebbe che le banche, per esempio, facessero credito agevolato per far riprendere l’economia del territorio, perché la gente della “Bassa” c’è ancora e non ha intenzione di abbandonare la sua terra.

Roberto Martinelli

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