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Presentati i primi dati dello studio “Eatwell”

Il progetto Eatwell consiste in un'indagine triennale per informare gli stati della UE sulle migliori misure attuabili per un'alimentazione sana, per combattere l'aumento di persone obese riscontrato in tutta Europa.

progetto-eatwellIn questi giorni alla Fens European Nutrition Conference di Madrid si sono condivisi i primi risultati dello studio Eatwell, un’indagine triennale progettata per fornire agli Stati dell’UE le migliori direttive per lo sviluppo di interventi politici appropriati a favore di un’alimentazione sana, in risposta all’aumento epidemico dell’obesità in tutta Europa. “Dal 2009 analizziamo le politiche nutrizionali che stanno effettivamente funzionando e la soddisfazione dei cittadini” racconta l’economista Marco Mazzocchi dell’Università di Bologna, uno dei responsabili di Eatwell.
Dall’analisi di 100 interventi nutrizionali europei e dall’elaborazione dei dati forniti da 3000 questionari online distribuiti ad altrettanti cittadini di Italia, Belgio, Danimarca, Regno Unito e Polonia, emerge che “sia le politiche che puntano su campagne educative e informative sia quelle che si basano sulla modifica del mercato – per esempio attraverso la tassazione dei cibi cattivi (come in Danimarca e in Francia) – da sole producono scarsi risultati, ma se applicate insieme possono avere un effetto sinergico importante.”
Le risposte dei cittadini invece divergono in maniera considerevole in base dell’attribuzione che essi danno alla causa dell’obesità: chi pensa che dipenda da fattori esterni come la scarsa qualità del cibo nelle mense o nei distributori scolastici di merendine è più propenso a sostenere interventi salutistici; chi invece attribuisce l’obesità a caratteristiche di personalità negative è più restio ad accettare l’adozione di tali misure.
Secondo i dati Eatwell gli Italiani sarebbero teoricamente i più favorevoli ai progetti nutrizionali, a patto che non comportino un aumento delle tasse: “Da noi è da poco che si parla politicamente di obesità, soprattutto infantile” sottolinea Mazzocchi. Considerato che si tratta di una condizione patologica che riguarda, secondo gli ultimi dati dell’OMS, 3 bambini su 10, forse è tempo che si inizi ad affrontare seriamente la situazione.

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