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Rischi del cibo low cost

Non si può rinunciare al cibo, è un dato oggettivo. Mentre per i vari generi di consumo, dall’auto all’abbigliamento, in questo lunghissimo periodo di crisi si sono fatte rinunce da parte del consumatore, per il cibo si è praticata la scelta di spendere meno optando per un cibo low cost, come lo ha definito Coldiretti presentando un dettagliato e allarmante rapporto su questa modalità di consumo.

Il dossier “Rischi del cibo low cost” mette in evidenza il cambiamento dei consumi delle famiglie italiane che per gli alimentari e bevande nel 2012 sono scesi a 117 miliardi, con un calo del 6,3 per cento dal 2008. Mentre il calo a valore è evidente, non è la stessa cosa per i volumi di cibo consumato e questo determina il fatto che gli italiani si stanno orientando verso prodotti a basso costo con la conseguenza che la qualità non sia garantita.

L’Italia infatti, nonostante la produzione nazionale sia tra le più garantite sul piano della sicurezza, importa dall’estero circa il 25 per cento del proprio fabbisogno alimentare e il flusso riguarda anche prodotti fuori stagione per le quali la produzione nazionale sarebbe sufficiente. Sono infatti quasi 227 milioni i chili di frutta e verdura giunti nel 2012 in Italia dall’Africa: dai fagiolini del Marocco (irregolari nel 15 per cento dei casi) alle fragole etiopi (irregolari nel 16 per cento dei casi), ai piselli del Kenya (irregolari nel 38 per cento dei casi) o ancora i peperoni dell’Uganda (irregolari addirittura nel 48 per cento dei casi). In quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate, nonostante – sottolinea la Coldiretti – sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario N.182 del 6 marzo 2009. Il rischio è che olio importato dalla Tunisia, con un minor contenuto di antiossidanti, venga spacciato per italiano.

I rischi del low cost riguardano anche le imitazioni dei nostri prodotti più tipici come il parmigiano Reggiano e il Grana Padano che soffrono la concorrenza sleale dei similgrana le cui importazioni in Italia sono raddoppiate negli ultimi dieci anni. Le importazioni italiane di formaggi duri di latte bovino non Dop hanno raggiunto i 27,3 milioni di chili nel 2012, con un aumento dell’88 per cento in dieci anni. I similgrana – rileva la Coldiretti – sono arrivati in Italia soprattutto dall’Europa a partire dalla Germania (8,3 milioni di chili) e dalla Repubblica Ceca (8,1 milioni di chili) anche se in forte crescita risulta essere l’Ungheria dalla quale sono giunti ben 2,7 milioni di chili, pari al 10 per cento del totale delle importazioni.

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