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La ristorazione è rosa

L'Osservatorio di Unioncamere mostra i dati del 2010 e il quadro è chiaro: moltissime aziende sono affidate a donne e, nello specifico, nella ristorazione si raggiunge il picco del 54%. I pubblici esercizi sono tinti di rosa.

donne-ristorazioneI numeri parlano chiaro: le quote rosa nell’imprenditoria italiana è a livelli molto significativi, circa un milione e quattrocento mila imprese sono intestate a donne. Secondo i dati del 2010 dell’Osservatorio realizzato da Unioncamere , il 23,3% delle aziende registrate sono affidate  a donne e, nel  caso della ristorazione, la percentuale sale addirittura al 54%. Un mondo che parla tutto al femminile  che pesa in valori assoluti ben 171.795 aziende su un totale di 297.599.  Questo dato letto più in profondità attribuisce ai ristoranti una quota rosa un valore considerevole (50,8%), mentre nei bar la presenza femminile cala leggermente (48,2%), per poi quasi scomparire nelle attività di mense e catering  (1%), anche se  in queste attività il tasso occupazionale arriva all’80%.
La situazione che viene descritta dai numeri, fotografa uno scenario nel pubblico esercizio in cui si delinea una figura imprenditoriale che nel canale ristorativo per metà  parla “al femminile” di cui si dovrebbe tenere conto. I dati a livello territoriale si scostano da area ad area con una punta al Nord – Est che arriva al 61% di aziende  gestite da donne, ma scende  sotto la soglia del 50% al Sud.
Un altro dato significativo è il numero delle lavoratrici occupate nella ristorazione. Da sempre il settore ha polarizzato l’impiego di manodopera femminile, infatti quasi il 59% degli addetti è donna, valore che supera del 18% la media degli altri settori produttivi. In Italia la regione con la quota rosa più elevata è l’Umbria (quasi 70%) mentre quella “meno femminile” è la Sicilia col 35%.
Una considerazione finale dopo la serie di dati sopra elencati la vorremmo fare. Le gestioni condotte da donne sono in crescita e sono anche in costante aumento con nostro grande piacere, ma ci sia permessa una nostra personalissima interpretazione: non è che la crisi economica e la chiusura di tante aziende abbia attirato nel pubblico esercizio manodopera in esubero altrove facendo lievitare nuove partite iva come rimedio occupazionale? Se fosse anche così nulla di male, dopo tutto meglio una partita iva in più di un disoccupato, purché sottolineiamo noi, queste nuove attività abbiamo capacità, caratteristiche professionali e imprenditoriali di cui c’è tanto bisogno nei bar come nei ristoranti.

Roberto Martinelli

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