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Trattoria del Fulmine, un viaggio di Veronelliana memoria

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Ormai è un mantra: dopo gli anni delle rincorse alle novità, da un po’ di tempo in fatto di alimentazione e di ristorazione non si fa che parlare di riscoperta dei valori del territorio. Lo si fa spesso a sproposito, tirando dentro di tutto, mettendo sullo stesso piano chi non ha mai cambiato linea con chi ci è arrivato solo adesso cavalcando più che la storia vissuta, la moda del momento. Fenomeni probabilmente passeggeri questi ultimi, perché vedrete, arriverà presto un’altra inversione di tendenza e allora quegli stessi vi si butteranno con la stessa (in)coerenza con cui ora dichiarano di avere sposato un ideale.
Ma le eccezioni ci sono, eccome!!
E allora affidiamoci a quelle insegne che senza fare annunci non hanno mai tradito la cucina delle tre T (Tradizione, Territorio, Tipicità). Come la Trattoria del Fulmine dei coniugi Bolzoni, Clemy in cucina e Gianni in sala e ai vini. Anche se non hanno più la stella che da anni brillava sulla loro insegna, per noi il sole continua a splendere sulla loro cucina di anima e calore che in questa stagione e per tutto l’inverno si esalta nei sapori “della bassa”.
Fuori può esserci un muro di nebbia, ma varcata la soglia il cuore si scalda accolto e raccolto nell’atmosfera familiare; poi addirittura si surriscalda colpito dalla bontà della cucina.  Ed è proprio la percezione di un’autenticità spontanea e disincantata, fatta di poca – ma sapientemente dosata – forma e di molta sostanza, la caratteristica che accompagna e segue la sosta al tavolo della Trattoria del Fulmine. Per i colpi ad effetto prego accomodarsi altrove: qui ci si viene per l’affetto – per le cose che si fanno e per chi le apprezza – che si coglie in ogni parola, nei gesti e nei piatti che, pur se riprodotti millanta volte, sempre rinnovano la sorpresa per una cura dei dettagli che non si sofferma sull’estetica ma entra nella profondità dei sapori.
Già il biglietto da visita – salame cremasco, coppa delle colline di Broni e culatello di Spigaroli – da soli possono valere il viaggio se abbinati allo Champagne J.M. Gobillard & fils Roses Jeunes 2006. Non bisogna attendere molto per rincarare la dose del godimento con polentina e foie gras padellato al Picolit. Un vero godimento!!! Anche il vino: Tokaji Aszù 2000 Eszencia di Disznòko.
E che dire delle lumache trifolate e servite su crema di patate (che dopo cinque ore di cottura si sciolgono letteralmente in bocca) abbinate ad un fresco Riesling trocken 2013 di Pfalz. Le paste ripiene, con i tortelli cremaschi al burro e salvia (sempre in pole position), raggiungono la perfezione. Primo vino rosso: Barolo Vigna Colonnello 2008 di Bussìa Soprana (Monforte d’Alba).
La mantecatura di stagione sublima il gusto del risotto ai pistilli di zafferano con pasta di salame. Si passa in Toscana con un Petrucci Orcia Doc 2006 di Podere Forte di Castiglione d’Orcia. A seguire una scodellina di trippa da urlo sposata ad un Barbaresco di Angelo Gaja 2001. Non v’è alcun cedimento, come invece spesso accade nella cucina italiana, quando entrano in scena i secondi. Anzi, i piatti declinati con sua maestà il maiale, l’anatra e l’oca, sono da encomio al valore della tradizione che impone lunghe e meditate cotture. A noi è stata offerta l’anatra arrosto con le prime verze che hanno sentito il gelo delle notti e polenta gialla a volontà. Chiusura più che ottima con il rosso di Cà del Bosco Maurizio Zanella 1995.
In chiusura c’era spazio solo per i biscotti secchi della casa, ma ci volevano ancora offrire il tiramisù con crema pasticciera al profumo di marsala e il parfait al torroncino con cioccolata calda.
40 coperti all’interno e una trentina nel bel dehors estivo. La trattoria fu aperta nel 1923 da Angelo,  padre di Gianni che la rilevò con la moglie Clemi nel lontano 1963. 40 anni, di cui venti stellati, dove i proprietari sono riusciti a mantenere vivi un locale che ancora oggi offre professionalità, bravura, modestia e cortesia. Gianni e Clemi in cucina sono cresciuti alla scuola del compianto Franco Colombani del Sole di Maleo, dal quale hanno preso spunti per alcuni dei loro piatti. Due persone garbate e discrete che sanno mettere a proprio agio anche i più critici dei “gastro/gourmet”. Claudio e Maria Teresa non fanno mancare il loro valido aiuto.

Rocco Lettieri

Trattoria del Fulmine
Via Carioni, 12
26017 Trescore Cremasco (CR)
Tel. 0373 273103

 

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