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TTIP: negoziato, sfida o opportunità?

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Il suo acronimo è TTIP, Transatlantic Trade Investment Partnership, ed è l’accordo bilaterale che fornirà la soluzione per abbattere le barriere commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti.
Se ne parla da tempo, ma poco ancora si conosce dei dettagli dell’accordo, che si prevede verrà sancito entro il 2015. Molte, inoltre, le polemiche al riguardo, dovute forse a scarsa informazione o a malintesi sui termini.
Ospiti dello Studio Legale Withers di Milano, specializzato nell’assistere le aziende italiane nel processo di internazionalizzazione, si sono confrontati sul tema alcuni protagonisti del mercato e delle istituzioni.
Membro italiano della commissione commercio internazionale del Parlamento Europeo e attiva nella negoziazione del TTIP tra UE e USA, la senatrice Alessia Mosca ha tenuto a precisare che l’accordo in via di definizione avrà un impatto economico molto importante e positivo per l’Europa, e per l’Italia in particolare, e che la politica commerciale è di competenza esclusiva del Parlamento Europeo: “Si parla spesso in termini negativi del TTIP, ma non si esaminano mai con attenzione i potenziali vantaggi: l’abbattimento delle barriere tariffarie, in alcuni casi molto pesanti, che influiscono notevolmente sulla capacità di esportazione delle aziende italiane; l’abbattimento delle barriere non tariffarie, per esempio quelle fitosanitarie e di armonizzazione regolamentare degli standard. Tra i timori espressi dall’opinione pubblica emerge quello che il nostro mercato sia invaso da alimenti poco sicuri ma non è necessariamente un timore a senso unico: per esempio il livello accettabile di listeria nei salumi ad alta stagionatura negli Stati Uniti è pari a zero contro il 100% dell’UE, e rende attualmente impossibile l’importazione in quel Paese di salumi italiani. Nessun timore inoltre sui prodotti OGM che in Unione Europea sono banditi a priori. Il TTIP, avrà inoltre un impatto geopolitico e strategico di contenimento del mercato cinese in avanzamento”.
Una buona opportunità, dunque, per rilanciare la nostra economia, ma servirà anche a proteggere i prodotti italiani da contraffazioni e Italian sounding, un fenomeno che sembrerebbe riguardare il 90% dei prodotti italiani?
Proprio le normative, o la mancanza di esse, sono spesso di ostacolo, infatti, per le aziende italiane. Le leggi in vigore, incomplete nella loro visione del mercato, risalgono all’epoca in cui la parola globalizzazione nemmeno esisteva.
Anche a questo proposito si fa molta confusione. Secondo Roberta Crivellaro, Managing Partner dello Studio Withers che si occupa di operazioni cross border tra Italia e Stati Uniti, occorre conoscere a fondo le regole del commercio internazionale prima di trarre conclusioni affrettate. Sarebbe poco efficace intraprendere una battaglia legale sui marchi Dop quando è evidente che negli USA esiste un sistema giuridico differente per il quale la tutela del marchio e la proprietà intellettuale si acquisiscono con l’uso e non con la registrazione. Con tali presupposti un formaggio prodotto in Wiscounsin e denominato Asiago perché il primo produttore era un immigrato italiano che in tal modo lo ha chiamato, ha tutto il diritto di esistere. “L’unico modo che un’azienda italiana ha a disposizione per affermare il suo prodotto negli USA come made in Italy – ha spiegato l’avvocato Crivellaro – è registrare il proprio marchio individuale, secondo le normative vigenti in quel Paese, affidandosi a professionisti che verifichino innanzi tutto se tale marchio è nuovo: in Canada il marchio “prosciutto di parma” è di proprietà di un produttore locale. Pochi sanno per esempio che la domanda di registrazione del marchio, dunque il diritto a usufruirne, può essere presentata solo basandosi su uso già avvenuto o sull’intenzione di utilizzarlo entro un lasso di tempo stabilito, trascorso il quale decade”.
In considerazione di questi fatti, Alberto Auricchio, consigliere delegato di Gennaro Auricchio, auspica un atteggiamento ispirato al buon senso, e riconosce, con molto realismo, che la battaglia per la difesa dei marchi Dop è persa in partenza. Per ottenere dei risultati utili allo sviluppo del commercio occorrerà giungere a ragionevoli compromessi. “Sfatiamo la leggenda che i consumatori stranieri siano indifesi di fronte alle offerte del mercato – ha affermato Auricchio – americani e canadesi sono molto più consapevoli di ciò che acquistano di quanto comunemente si pensi. Questo non significa che sia a favore dell’Italian sounding ma che ritengo inutile cercare di battersi contro i mulini a vento. Le nostre armi sono il marchio e la qualità, è con queste armi che la nostra azienda mantiene da cent’anni la sua posizione sul mercato americano. Molto meglio sarebbe ottenere risultati sul fronte dell’abbattimento delle tariffe doganali e togliere i vincoli che di fatto impediscono l’esportazione – il 15% sulla pasta, il 35% sul tonno, intorno al 25% per certi formaggi – aumentando la nostra competitività. La Dop non è difendibile ma possiamo fare in modo che il singolo prodotto emerga come made in Italy e che il consumatore capisca che è un prodotto italiano, mettendolo in condizione di scegliere consapevolmente. Battersi per togliere le immagini evocative dell’Italia, bandiere, sagome dello stivale, sarebbe più utile e intuitivo. A questo punto, la Dop, diventerebbe un plus.”.

Marina Caccialanza

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