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A Xi’an, il mercato del vino cinese aspetta l’Italia per brindare a un matrimonio duraturo e soddisfacente

xian-mercato-vino-italia-cinaTrasmettibilità culturale nel segno dell’identità, lunghe procedure logistiche specifiche, orientamento al e del mercato: far incontrare, in un gioco di incastri che regga nel lungo termine, questi tre aspetti al fine di sviluppare una relazione stabile e soddisfacente, non è solo un obiettivo, ma una sfida. Soprattutto perché di parla di Cina, oggi al quinto posto nella classifica dei grandi acquirenti di vino nel mondo, e di Italia, che ne è, al mondo, il primo produttore.

L’occasione è stata la conferenza organizzata a Milano da Xi’an Tyrannical Trading Co. e Xi’an International Port District Whitehorse Liquor City Industrial Co., per presentare quello che alla fine del 2013 sorgerà come strategica ed integrata piattaforma dedicata al mercato del vino nella Cina Occidentale, lo  “Xi’an Western International Wine Trade Center”: un progetto, per i nostri occhi europei, strabiliante, in cui multifunzionalità, esposizione, comunicazione, vendita e turismo si vestono di charme e lusso volutamente manifesto.

Produttori italiani e commercianti cinesi hanno voglia di trovarsi, di fare progetti, di avere garanzie. Ma per passare dal primo appuntamento al matrimonio, si sa, il legame va costruito passo dopo passo e con cautela, soprattutto se si tratta di una relazione a distanza, e che distanza! Dall’altra parte del mondo non è solo l’espressione di uno spazio geografico, disegna anche uno spazio mentale e culturale da riempire, da costruire portando parte di sé e della propria storia.

L’architetto e designer Massimo Mussapi, intervenuto all’incontro, ha provato a mettere in fila le risorse che propenderebbero per un matrimonio commerciale italo-cinese di successo e le criticità sulle quali varrebbe la pena chiarirsi nel corso della frequentazione.
“Stiamo dando per scontato sappiamo di cosa parliamo, ma non è così. Il vino è un argomento per noi familiare, fa parte della nostra storia, dei nostri ricordi, delle nostre case e delle nostre vite. Ma non è affatto un argomento noto in Cina. Occorre quindi partire dall’inizio, raccontando che cos’è. Non è solo un prodotto, è un mondo, e come tale va considerato, a vantaggio di tutti, altrimenti le prospettive si fanno decisamente più corte.”

È l’idea del vino che va portata ed esportata insieme alle bottiglie, nel riconoscimento della quantità di valori e di attività che si possono conoscere e tramandare. “Associare esclusivamente l’immagine del vino all’idea generica di lusso, di esclusività per pochi, porta in sé un rischio, quello di entrare in una terribile palude rimanendone fagocitati” continua Mussapi. “L’identità è altro: è la ricchezza che si ottiene nella diversità, e non nell’omologazione.”
Progettualmente, come si può raccontare il sistema vino in modo piacevole e non didattico?
“Le possibilità di espressione potenziali sono tante, a partire dalla predisposizione degli spazi di esposizione e di vendita, per continuare con il packaging e la grafica dell’etichetta, che deve avere appeal, mediando i codici linguistici italiani con quelli cinesi, estremamente diversi.” Un esempio pratico: una bottiglia di vino pregiato italiano starebbe benissimo presentata in una cassa di legno grezzo in mezzo a della paglia, rimanderebbe ai concetti di tradizione, di cultura, di lavoro accurato. In Cina sarebbe sinonimo di povertà. “Va reinterpretata l’idea di valore, con etichette che raccontano il prodotto, esaustive, con l’utilizzo di colori e caratteri importanti, e la confezione deve essere ricercata ed elegante, ma senza cadere nell’accettazione automatica di uno stile e di uno standard che non appartiene alla storia del prodotto che stiamo vendendo.”

Importante anche il visual merchandising, l’intervento fisico sugli scaffali, sugli espositori per la conservazione, la definizione delle altezze idonee, insieme all’informazione informatica, attraverso software che stringano l’imbuto della scelta con pochi ma logici elementi: “A partire dal prezzo, il primo fattore che consente di fare una scrematura. Poi l’abbinamento, il proporre quel vino ad una rosa di piatti, e la cultura, la presentazione del produttore, del territorio di appartenenza, di come si vive in quel luogo…”
E continua Mussapi: “È questo che lega il consumatore, e il passo successivo sarebbe portarlo qui, in Italia, per fargli trovare ciò che ha iniziato a conoscere e apprezzare in una bottiglia. Mentre l’ultimo punto di grande interesse riguarda l’abbinamento dei vini alla gastronomia cinese, straordinaria, ma diversa dalla nostra nel significato: per l’italiano il cibo è sinonimo di sapore, per il cinese di salute, di accortezza a cosa sta mettendo nel corpo.”

Sfida nella sfida dunque: creare, dall’altra parte del mondo, la domanda dell’Italia facendo assaggiare un’esperienza sensoriale e culturale e mostrando che si può comunicare, anche se si è lontani, anche se si è diversi, portando se stessi con impegno, fiducia e dignità. Il bello delle relazioni durature non è forse questo?

Alessandra Locatelli

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