Non la Bellezza, ma l’agricoltura e i bambini salveranno il mondo

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A pochi giorni dalla chiusura dei lavori del IV International Forum on Food and Nutrition, l’appuntamento annuale con cui il Barilla Center per mettere a confronto esperti di ogni parte del mondo sui grandi temi che ruotano attorno all’alimentazione globale, le sensazioni rimaste sono e devono continuare ad essere forti, affinché si traducano in azioni. Sono forti perché nascono da quel lungo elenco di numeri che fanno impressione, numeri dietro cui si sovrappongono miliardi di volti, anche i nostri e quelli dei nostri figli. E sono forti perché, se riflettiamo su alcune delle parole che abbiamo sentito ripetere, crescono, si moltiplicano, ci rendono diversi.

Domande. Fare. Locale. Famiglie. Ineducazione. Pace.

Le risposte, articolate, concrete, interconnesse con diverse discipline, e provenienti da tutti gli attori in gioco, i singoli, le aziende, i privati e i governi, necessitano di domande giuste, ha sottolineato il Presidente BCFN Guido Barilla. E devono essere domande orientate all’intervento a breve termine, perché il tempo dell’osservazione è finito.
“Lo sviluppo non si raggiunge senza sconfiggere la fame. La geopolitica del cibo deve essere considerata attraverso la gestione delle risorse e delle criticità locali, oltre che globali. E non ci sarà sicurezza politica e globale senza sicurezza alimentare”: lo affermano sia Giuliano Pisapia, il primo cittadino di Milano, una delle città simbolo dello spreco, che Kanayo Nwanze, il Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, parlando delle food wars in Africa. E allora ha davvero ragione Ruth Oniang’o, Fondatrice e Direttore Esecutivo del Rural Outreach Program: “Siamo tutti sulla stessa barca, anche se siamo seduti ai lati opposti: ma se va a picco la prua, prima o poi ci andrà anche la poppa”. Il problema antropologico e politico di accesso al cibo e l’ineducazione civilizzata al cibo ci riguardano equamente.
“In Africa i piccoli agricoltori possono sventare la crisi alimentare; investire nelle aree rurali può cambiare le loro vite. – continua Nwanze – Passiamo dalla gestione allo sradicamento della povertà: questo è lo sviluppo. L’agricoltura è un crocevia di pace: crea lavoro, responsabilizza, produce ricchezza, migliora la nutrizione, supporta organizzazioni sociali rurali, ferma l’emigrazione, concorre nella crescita culturale, stabilizza di disordini politici, aiuta la sicurezza nazionale e quindi la pace mondiale. Cosa serve? Investimenti nei collegamenti, nella ricerca, nell’energia, nella tecnologia, nel ruolo delle donne, nella divulgazione delle innovazioni”.

Dal locale al globale dunque, ma nel rispetto dei diritti umani: “La cooperazione ha sempre parlato la lingua occidentale, seguendo schemi concepiti a tavolino e applicati come modelli scollegati alle reali esigenze delle persone” è la stoccata di Padre Giulio Albanese. “Servono leadership responsabili, che capiscano che il cibo veicola tutto e a produrlo sono i più poveri dei poveri, tra cui moltissime donne. Sono loro che alimentano il continente. Bastano microinvestimenti per fare grandi passi” e l’opinione della Oniang’o è condivisa da Tiémoko Traoré, Vice Direttore Generale, Dipartimento dell’Agricoltura e della Protezione dei Consumatori, FAO: “Se aiutiamo i piccoli a produrre per sé, lo faranno anche per gli altri: mancano infrastrutture, strade, irrigazioni, attrezzature…” Di questo c’è bisogno, di strumenti pratici, concreti, e su due fronti: a monte, valorizzando le produzioni locali, a valle, cambiando il modo di consumare.
In che modo? Utilizzando le informazioni di cui disponiamo: 1/3 della produzione mondiale di cereali serve per sfamare il bestiame che si alleva per sfamare l’uomo? “Possiamo ridurre di 2/3 la quantità di carne che mangiamo rimanendo sani” dice Traorè; “Possiamo sviluppare diete diverse e migliori per gli animali e per l’uomo, produrre in modo più moderno, con una rivoluzione piccola ma costante” gli fa eco Riccardo Valentini, membro dell’Intergovernamental Panel on Climate Change e Premio Nobel per la Pace nel 2007.

Da dove inizia e chi riguarda questa rivoluzione, in quella parte della nave dove si devono fare i conti, in tutti i sensi, con l’epidemia dell’obesità e lo spreco? Dalla prevenzione: “La medicina è spesso inefficace davanti ad un bambino gravemente obeso”. Questa affermazione di Jean-Michel Borys, medico fondatore di Epode in Francia, dovrebbe essere scritta a caratteri cubitali nelle nostre case. L’imperativo categorico è cambiare, gli stili di vita, la cultura del cibo, i rituali familiari, le motivazioni inter e intrapsichiche e sociali, tutte concause agenti. Oggi solo il 3% dei costi sanitari della Comunità europea sono destinati alla prevenzione, ma la persona obesa costa al sistema sanitario il 25% in più di una persona normopeso. Star bene a breve termine collude con le conseguenze a lungo termine (diabete tipo 2, prevenibile con l’alimentazione; malattie cardiovascolari; tumori).
Come si cambia un comportamento allora? La sola conoscenza non basta, occorrono incentivi, misure regolatorie, campagne informative molto forti, più educazione scolastica: un’economia del comportamento ad ampio spettro. Afferma Paola Testori Coggi, Direttore Generale per la Salute e Protezione dei Consumatori presso la Commissione Europea: “Dal prossimo anno entrerà in vigore il blocco della promozione di cibi con false allegazioni e le etichette nutrizionali saranno migliori e più chiare. Ma lavoriamo anche sulla riformulazione dei cibi, con la riduzione del sale del 16% in 4 anni e del 5% dei grassi saturi. Le scuole però hanno un ruolo potenziale essenziale: con l’introduzione dell’ora di educazione agli stili di vita, dall’asilo in su, si potrebbe fare molto”. Il bambino, e quindi la sua famiglia, la sua rete sociale, la scuola: educare genitori, insegnanti, aziende, per educare il bambino al nutrimento salutare, con porzioni piccole, il rispetto del tempo tra un pasto e l’altro, l’attività fisica, il valore della colazione, gli studi sulla gravidanza e l’obesità neonatale, le visite scolastiche nei supermercati e al ristorante, la qualità dei rapporti familiari, la creazione di progetti cittadini: un approccio di sistema, che già in parte esiste e che è sicuramente migliorabile.
Cosa manca ancora? Il superamento dell’ultimo paradosso, forse il più grande. Quello delle parole, che devono diventare soluzioni. Ce lo ricorda Padre Albanese, con una frase ascoltata in Etiopia: “Se la fame si nutrisse di parole, il mondo sarebbe già sazio”. Erano gli anni ‘80…

Alessandra Locatelli

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