Taste Milano, cui prodest?

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Nei giorni scorsi a Milano ha avuto luogo la quinta edizione cittadina di Taste, manifestazione nata in Inghilterra ed esportata in diverse città del mondo, in Italia anche a Roma.
L’idea è semplice, far assaggiare piatti preparati da cuochi più o meno celebri, riuniti tutti insieme in un ambiente piacevole, facendo trascorrere un momento rilassante e gustoso agli appassionati della buona cucina. Gli organizzatori dell’edizione italiana, viste le vicissitudini patite a causa del maltempo nelle prime tre occasioni all’aperto, particolarmente bella quella all’Ippodromo, negli ultimi due anni hanno ripiegato per una sede meno scenografica, ma al coperto, il Superstudio di via Tortona, di solito destinato ad eventi legati al design.
Per chi ha vissuto tutte le cinque edizioni e ricorda con piacere gli inizi “bucolici” dove protagonisti assoluti erano, giustamente, i ristoratori, uno accanto all’altro con la legittima interruzione di qualche sponsor sparso qua e là, già la “location” di via Tortona è una “deminutio capitis” da digerire con difficoltà. Lo sconforto, però, si riferisce anche all’aumento sproporzionato degli espositori rispetto al numero dei ristoranti che spariscono negli spazi di tipo fieristico ora in uso.
Inoltre, ci si domanda se i principi originari siano ancora rispettati e se quella che era una manifestazione piacevole, dove, come con le figurine, gli avventori collezionavano prelibatezze, felici di fare più code per assecondare la propria passione gastronomica, sia ancora tale.

Certo le occasioni di assaggio sono aumentate a dismisura, con espositori che legittimanente elargiscono assaggi dei propri prodotti per promuoversi, dunque, il visitatore sembrerebbe avvantaggiato, ancorché messo a dura prova e, forse, distratto rispetto ai ristoratori presenti, vero centro dell’attenzione di Taste.
Dunque, i ristoratori? Hanno guadagnato o perso da questo sviluppo? Analizziamo anche in questo caso il percorso. Taste nasce per far assaggiare le preparazioni dei cuochi, su di essi, sulla loro fama, si basa il suo successo. Il visitatore è attirato dalla possibilità di assaggiare, ad un prezzo certamente inferiore a quello che si pagherebbe al ristorante, un piatto creato da un grande cuoco.
Fin qui e, diremmo nelle prime edizioni, tutto ciò era rispettato, in questi ultimi due anni però più che di evoluzione, si può parlare di involuzione. Infatti, se prima, timidamente, qualche cuoco lamentava di “non starci dentro” tra costi sostenuti e percentuale da riconoscere all’organizzatore, ma tollerava in nome di una promozione adeguata ad un numero elevato di visitatori e assaggiatori, tra i quali intravvedere alcuni potenziali clienti futuri, oggi la tendenza si è invertita e, non solo i visitatori sono visibilmente meno, ma si disperdono tra gli stand e la somministrazione dei piattini dei ristoranti crolla verticalmente.
Bisogna aver il coraggio di ammetterlo, i cuochi che erano il centro dell’attenzione, ora sono uno specchietto. Ciò non sarebbe neppure sbagliato se fossero il pretesto per catalizzare visitatori, purtroppo, invece, ciò che appare sempre più evidente è che siano l’amo per pescare sempre più espositori i quali, di fatto, si comportano come concorrenti degli stessi cuochi che li hanno attirati, togliendo loro quei numeri che renderebbero positivo il bilancio della partecipazione.
Un appunto va fatto anche al rischio “apparenza”. Girando tra gli stand, osservando in rete le immagini rilanciate dal variopinto mondo del food, ci si dovrebbe rassicurare sul successo di queste iniziative. Tuttavia, questa volta non è andata così, non solo, perché proprio la scarsità di immagini di groupies “abbarbicati ai loro idoli, sorridenti e tumidi, come vecchi amici ritrovati” (cit. Valerio Massimo Visintin) denota un calo sensibile del successo di Taste, ma anche perché comincia a non essere più, finalmente, un’unità di misura del successo di una manifestazione. Non basta parlarne, fotografarsi e rilanciare in rete, ci vuole gente che si mette in fila  e compra i piattini, la stessa gente che poi ci si aspetterebbe di rivedere al proprio ristorante.

Spiace ripetersi, dunque, ma il problema esiste, i ristoranti soffrono e formule come quelle del Taste 2014 non vanno più nella direzione giusta.
In conclusione viene da chiedersi a chi giovi e se non sia il caso di ripensare la formula, tornando un po’ sui propri passi, per non perdere una bella manifestazione.

Aldo Palaoro

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