Design, Divertimento, Tecnologia… al ristorante

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Analizziamo quanto sta accadendo nella digital society. E, nell’ambito di essa, al ruolo forte, probabilmente non ancora appieno percepito, dei social nell’ambito della costruzione / distruzione della reputazione del ristorante. Ciò significa che non parliamo più di clientela ma parliamo di community always on.
Questa community always on è attratta da tre fattori chiave: Design, Divertimento, Tecnologia (DDT).
Design. Rinnovata accortezza alla mise en place e al menage. Il ripristino, sebbene in ammodernata concezione, del gueridon e, professionalità del personale di sala permettendo, la reintroduzione, senza fronzoli bensì di sostanza, di occasioni di servizio flambé.
È design un’area di shelf per acquisti dell’istante che saranno suggeriti in funzione del pasto consumato.

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Divertimento. Si parte dal famoso edutainment, crasi tra l’apprendimento ed il divertimento. È l’evento, inserito in un ciclo oppure one shot, è la serata a tema.
È l’essere coinvolto nel fine tuning del piatto ordinato. È divertimento anche essere a cena in quanto beneficiari di gift card e perciò ricevere anche “coccole” suppletive. È divertimento anche donare gift card.

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Tecnologia. Ci sia consentito riportare la definizione di tecnologia secondo Karl Popper: «La tecnologia è… quell’insieme di cose che ancora non c’erano quando siamo nati». Definizione geniale! Per nostra comodità, assumiamo che siamo nati come ristoratori appena tre lustri fa, pressoché in contemporanea con l’euro, tanto per capirci. L’introduzione della cosiddetta “tecnologia abilitante” ovvero che abilita miglioramenti e produttività, nel proprio ristorante significa due cose: un gestionale integrato, affinché l’azienda sia facilitata nel perseguimento dell’obiettivo minimo di r/c > 1 (il rapporto tra ricavi e costi sia maggiore di 1, ovvero l’azienda consegue utile di esercizio), e un utilizzo smart del cosiddetto web 2.0.

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A proposito di menu si tratta di effettuare il cosiddetto “menu engineering”, ovvero partire dalla rigorosa analisi del food cost per poi addivenire alla decisione di come approntare l’offering. Si passa dal menu che, e sembrava già cosa bella, varia al mutare delle stagioni, al menu che varia in funzione delle opportunità di miglior rapporto costo/prezzo con beneficio win win, di cui si giovano sia il ristoratore che il cliente.
Ha senso che del menu il cliente acquisisca contezza solo quando è nel ristorante? Perché non metterlo in rete? Perché non una app? Si tratta di automatizzare le comande. Si tratta, in breve, di attivare il cosiddetto SRM, Stakeholder Relationship Management, ovvero la gestione delle relazioni con gli stakeholders dell’azienda.
L’altro ambito della “T” è funzione della “confidenza” o in subordine della “non soggezione” che ha il ristoratore nei confronti del web 2.0. Si parte dal sito aziendale, che ancora è per tanti addirittura un autogol per come, ci duole dirlo, malfatto, raramente aggiornato e freddo nei confronti di chi ad esso accede. Si prosegue con la presenza attiva e partecipe sui social network, a partire dalla pagina Facebook, anche qui stando ben attenti a non generare autogoal.

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Intreccio tra i dati interni e i dati esterni: è il nuovo dashboard. Dashboard ad intendere il cruscotto. Il cruscotto della nostra auto, ad esempio. Chiediamoci: ci metteremmo alla guida della nostra auto per affrontare un viaggio se il cruscotto fosse assente o guasto  ? Certamente no. Sì può anche essere temerari, ma non folli. Il cruscotto, attenzione, non stabilisce la meta. La meta del viaggio la decidiamo noi che ci mettiamo alla guida. Il cruscotto ci aiuta ad arrivare a destinazione per quanto è tempestivo ed affidabile nel segnalarci le situazioni interne ed esterne al veicolo. Il mancato utilizzo del dashboard è nocivo per come altrettanto palesemente e immediatamente nocivo, ancorché bizzarro, sarebbe dire al cliente che chiede il conto: “ma no, lasci stare, ne faccio a meno dei suoi soldi”. Ecco, qui l’assurdo è evidente. Nel caso del dashboard, se ne conviene che è molto meno evidente, eppure… è così. È mica poi così complicato questo “DDT”. Se l’approccio è positivo diviene la più avvincente delle sfide che il ristoratore lancia a se stesso. I risultati sia di qualità (anche qualità della vita del ristoratore, beninteso) che di quantità diventano ben evidenti già dopo qualche settimana. Ovviamente, meglio lasciar perdere, non accingersi nemmeno a pensare al “DDT”, se non ci si crede, e se non si dispone di personale competente e motivato.
C’è tutto un mondo di nuove esperienze da vivere e da far vivere ai propri stakeholders, clienti innanzitutto. Non è bello e appagante tutto ciò?

Vincenzo D’Antonio

 

 

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