Nasce Amodo, la rete dei ristoranti etici
Dopo il Covid nella redazione di sala&cucina si è aperta una discussione su cosa occorresse fare per diversificare e valorizzare quei ristoratori che, anziché piangersi addosso, hanno utilizzato il tanto tempo libero che avevano a causa della pandemia per rinnovare il locale, stabilire una nuova strategia comunicativa, parlare con i propri dipendenti per capire come ripartire.
Da quella riflessione è nata Amodo la rete dei ristoranti etici che si riconoscono in un decalogo dove, al centro, ci sono i comportamenti etici nella conduzione dell’impresa ristorativa.
Ne scrivevamo così: “Se vuoi gente in gamba tratta allo stesso modo clienti e collaboratori” significa avere a cuore il personale, ritenerlo l’asset più prezioso del ristorante, ancor più della bellezza del locale o della qualità delle materie prime.
Trattare bene il personale, farlo lavorare felice, dargli una motivazione forte, un progetto in cui credere, da condividere, è il motore più potente che si possa accendere per la riuscita stessa del vostro locale. Le persone si accorgono subito se, nel ristorante che hanno scelto per la loro serata si vive bene, si lavora bene, si mangia bene. Se ne accorgono da una serie di piccoli indizi che riguardano, prima di ogni altra cosa, il personale che li accoglie e che trasmette loro il clima che si respira tra quelle mura. Quando, dietro l’avventura e la passione che spinge a intraprendere la professione di
ristoratore c’è un progetto di ampio respiro, che non è solo e semplicemente fare soldi, che si basa sul benessere degli ospiti si coglie subito il senso che avrà quella
serata… “I giovani hanno voglia di contribuire a un progetto, non prestare solo ore di
lavoro”. Un dato colpisce più di ogni altro quando si analizzano le performance e le aspirazioni tra le diverse fasce generazionali. Per i cosiddetti millenials, ovvero coloro
che oggi hanno tra i 25 e i 40 anni, quindi persone in piena occupazione, secondo molte ricerche tra cui quella di Gallup, ciò che conta è la qualità del lavoro più che la sua remunerabilità. Quella deve essere semplicemente giusta ma la disponibilità a cambiare lavoro se non c’è un progetto stimolante è la molla più importante. Per questo i bravi, quelli davvero bravi, nella ristorazione, cambiano casacca. Vanno dove c’è un disegno chiaro per il loro ruolo, dove c’è la volontà di far crescere le persone. Sono piccole riflessioni che, mi auguro, servano a comprendere come, in questi anni, tutto stia cambiando velocemente. E che il cambiamento va governato e non inseguito”.