Quando l’auto è orientata verso il Piemonte c’è un pensiero che sgorga nelle intenzioni dei santi e appassionati bevitori: Langhe.
Il resto è già nel bicchiere. O magari in più d’uno, per capire come si stanno comportando le annate, se le nuove generazioni sono subentrate in punta di piedi, se ci sono nuovi prodigi, se i grandi rimangono sempre grandi.
Mentre ci avviciniamo alla cantina di Alberto Oggero - che è invece in Roero, a mezz’ora da La Morra - ci raccontiamo che non dev’essere stato facile per questa zona vitivinicola misurarsi con la culla dei grandi rossi italiani. Inconsapevolmente stavamo già commettendo un errore: perché misurarsi?
Ritorno alla terra
Ma prima di parlare di misure e differenze scopriamo la storia di questo territorio, nella porzione nord orientale della provincia di Cuneo, che ha preservato orti, boschi di latifoglie e castagneti, a differenza delle vicine Langhe dove il filari hanno ridisegnato pressoché tutto il paesaggio.
Prima del grande boom economico, e della migrazione di molti giovani verso le città, in Roero già si produceva vino. Ce lo ricorda Alberto Oggero: “Nonno Sandro era un contadino e si è sempre preso cura della vite. Avevo modo di osservarlo proprio qui davanti, in questo cortile. Poi mio padre e mio zio hanno deciso di spostarsi, il primo ad Alba e il secondo a Torino; erano centri con maggiori possibilità economiche, l’industria richiamava, c’era bisogno di andare oltre il sostentamento che poteva consentirti l’agricoltura. Hanno preservato i due ettari del nonno continuando a produrre uva. Era un’attività marginale a cui si dedicavano nel fine settimana, solo per il conferimento ad una cantina della zona. Come altri giovani ho fatto esattamente l’opposto: sono rientrato dalla città per occuparmi della terra in cui avevo trascorso solo i primi anni di vita”.
Al rientro in Roero, nel 2009, Alberto frena la gola. Prima di produrre, e forte degli studi enologici, si dedica allo studio delle vigne e dei suoli, anche quelli limitrofi. Solo in un secondo momento avvia la produzione vera e propria.
“All’inizio come lascito di mio padre e di mio zio avevo due ettari, tutti ad Arneis e Nebbiolo che sono i vitigni rappresentativi di questa zona. I primi anni di studi mi hanno consentito di circoscrivere le caratteristiche, di capire che strada volevo intraprendere, quali erano le migliori condizioni produttive. Ora ho esteso la produzione a sei ettari e mezzo, che in futuro diventeranno nove, distribuiti su due rilievi, Santo Stefano (a 300 metri circa sul livello del mare) e Canale (200 metri circa). Oltre ad avere capito cosa avevo a disposizione in quel momento ho definito qual era la strada che sentivo appartenermi. Per me era chiaro che si doveva tirare fuori quello che c’era qui senza guardare altrove”.