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Alberto Oggero

11/02/2025

Alberto Oggero

Quando l’auto è orientata verso il Piemonte c’è un pensiero che sgorga nelle intenzioni dei santi e appassionati bevitori: Langhe. 

Il resto è già nel bicchiere. O magari in più d’uno, per capire come si stanno comportando le annate, se le nuove generazioni sono subentrate in punta di piedi, se ci sono nuovi prodigi, se i grandi rimangono sempre grandi.

Mentre ci avviciniamo alla cantina di Alberto Oggero - che è invece in Roero, a mezz’ora da La Morra - ci raccontiamo che non dev’essere stato facile per questa zona vitivinicola misurarsi con la culla dei grandi rossi italiani. Inconsapevolmente stavamo già commettendo un errore: perché misurarsi?


Ritorno alla terra
Ma prima di parlare di misure e differenze scopriamo la storia di questo territorio, nella porzione nord orientale della provincia di Cuneo, che ha preservato orti, boschi di latifoglie e castagneti, a differenza delle vicine Langhe dove il filari hanno ridisegnato pressoché tutto il paesaggio.
Prima del grande boom economico, e della migrazione di molti giovani verso le città, in Roero già si produceva vino. Ce lo ricorda Alberto Oggero: “Nonno Sandro era un contadino e si è sempre preso cura della vite. Avevo modo di osservarlo proprio qui davanti, in questo cortile. Poi mio padre e mio zio hanno deciso di spostarsi, il primo ad Alba e il secondo a Torino; erano centri con maggiori possibilità economiche, l’industria richiamava, c’era bisogno di andare oltre il sostentamento che poteva consentirti l’agricoltura. Hanno preservato i due ettari del nonno continuando a produrre uva. Era un’attività marginale a cui si dedicavano nel fine settimana, solo per il conferimento ad una cantina della zona. Come altri giovani ho fatto esattamente l’opposto: sono rientrato dalla città per occuparmi della terra in cui avevo trascorso solo i primi anni di vita”.
Al rientro in Roero, nel 2009, Alberto frena la gola. Prima di produrre, e forte degli studi enologici, si dedica allo studio delle vigne e dei suoli, anche quelli limitrofi. Solo in un secondo momento avvia la produzione vera e propria.

“All’inizio come lascito di mio padre e di mio zio avevo due ettari, tutti ad Arneis e Nebbiolo che sono i vitigni rappresentativi di questa zona. I primi anni di studi mi hanno consentito di circoscrivere le caratteristiche, di capire che strada volevo intraprendere, quali erano le migliori condizioni produttive. Ora ho esteso la produzione a sei ettari e mezzo, che in futuro diventeranno nove, distribuiti su due rilievi, Santo Stefano (a 300 metri circa sul livello del mare) e Canale (200 metri circa). Oltre ad avere capito cosa avevo a disposizione in quel momento ho definito qual era la strada che sentivo appartenermi. Per me era chiaro che si doveva tirare fuori quello che c’era qui senza guardare altrove”. 

foto di Sara Bergandofoto di Sara Bergando

Il Roero è Roero
La torre di Barbaresco dista venti chilometri dall’azienda di Alberto Oggero. In mezzo scorre il fiume Tànaro. Potrebbe sembrare uno stacco di poco conto e invece in questa distanza si gioca molto, anzi tutto. Le differenze sostanziali stanno, come immaginerete, nella morfologia del terreno: le Langhe sono caratterizzate dalla marna, il Roero da suoli soffici, sabbiosi e calcarei. E poi naturalmente entrano in gioco esposizioni, presenza di fossili e minerali, ma anche di microrganismi (che in Roero sono favoriti dall’ottima areazione del terreno).
“I contadini rimasti non avevano cultura territoriale, nemmeno un interesse agronomico vero e proprio per sviluppare qualcosa che fosse davvero espressione del Roero. Quando hanno compreso il valore di mercato del Nebbiolo, che già si posizionava con prezzi impensabili nelle carte dei vini dei ristoranti, non solo italiani, si sono domandati: perché non farlo anche qui? Perché non lo replichiamo? Mancava un pezzo: lo studio del suolo. Un dettaglio, per così dire, perché la terra su cui cresce una vigna concorre, e di molto, nell’identità di un vino. Quando c’ho messo la testa ho capito subito che non potevamo e non dovevamo produrre come i vicini, sarebbe stato controproducente. Mi sono concentrato sull’idea di produrre vini territoriali, senza inseguire lo stile di una zona che ha tratti totalmente diversi. Ho fatto leva su quello che avevo: vigne vecchie ma anche un ambiente produttivo unico, con una cantina impregnata di lieviti indigeni perché qui dentro si fa vino da tanti anni”. 

Basta metterci il naso, in cantina, per cogliere la stratificazione speciale da cui può attingere Alberto: c’è un profumo inebriante, buonissimo, di mosto e vino.
Così come basta aprire la prima bottiglia dei suoi rossi, il Sandro d’Pindeta, dedicato naturalmente al nonno, per ritrovare tutto ciò che ci ha raccontato fino a questo momento: identità, presenza, unicità. E finezza, anche se questa ha più a che fare con la sua mano che non con tutto il resto.

Alberto Oggero

Il vino, quando è pronto, è per tutto

Alberto ha un piglio molto asciutto nell’esprimersi ma non lesina mai in sostanza.
“Non esiste un vino per, un vino adatto a, un vino da consumare con… per me il vino deve essere compiuto e pronto per tutto”.
Una considerazione precisa, sicuramente in controtendenza rispetto a tanti colleghi e che ci porta, ancora una volta, a mettere in discussione una buona fetta di prodotti (pardon, di vini) nati in funzione della vendita.
“Intendo dire che non faccio un vino da aperitivo o da meditazione. Credo che il vino una volta pronto debba essere per tutto. Mi interessa che arrivi il vitigno, il terreno, la ricchezza di questi suoli. Per questo facciamo quattro vini da singola vigna e solo un uvaggio. Le caratteristiche delle zone sono talmente diverse che si devono valorizzare singolarmente. Mettendo assieme più parcelle non arriverei a un vero equilibrio in bottiglia”. 

Un grande lavoro, di cui non si può non parlare, svolto in questi anni da Alberto, riguarda l’Arneis.
“È un vitigno che è stato interpretato in modo diffuso con molta omologazione. Abbiamo cercato di cambiare sguardo. Lasciamo a questa varietà il tempo di affinarsi ed evolversi senza troppo intervento. Anche qui, come per i rossi, lavoriamo con una fermentazione naturale e aspettiamo l’estate per imbottigliarlo, senza filtrazioni né chiarifiche. Usciamo con due Arneis: il Roero Bianco, succoso e sapido, e il Valle dei Lunghi, ottenuto da vecchissimi ceppi di Arneis piantati tra i filari di Nebbiolo. Sono convinto che la vera chiave per interpretarlo sia l’attesa”.
Entrambi sono ben discostati da tutto ciò che riconduciamo all’Arneis. In particolare il secondo: sarebbe un’impresa azzeccarlo alla cieca, per le sue note peculiari, accentuate anche dalla macerazione sulle bucce.

 

Gregory Bateson, noto antropologo e sociologo britannico, diceva: “La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”. 

I vini di Alberto Oggero raccontano proprio questo. Ci fanno pensare che l’analisi critica, la consapevolezza e la sensibilità di chi produce siano gli unici additivi che dobbiamo tutelare. E anche il segreto per vivere bene nelle differenze.

 

a cura di

Giulia Zampieri

Giornalista, di origini padovane ma di radici mai definite, fa parte del team di sala&cucina sin dalle prime battute. Ama scrivere di territori e persone, oltre che di cucina e vini. Si dedica alle discipline digitali, al viaggio e collabora con alcune guide di settore.
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