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Che la scuola sia un laboratorio di vita

09/05/2024

Che la scuola sia un laboratorio di vita

Gli istituti alberghieri, strutturalmente parlando, non sono gemelli identici, cioè non sono uno la copia dell’altro, e spesso non sono nemmeno fratelli. Ci si chiederà il perché, dal momento che tutti quanti devono sottostare ad una normativa di riferimento e alle riforme ministeriali di turno.
Il motivo è presto detto: ciascuno ha una sua collocazione geografica ben precisa (e già questo fa la differenza) ed è pure dotato di una parziale autonomia che consente spazi di movimento, per cui chi più ha visione e intraprendenza più si ingegna, non senza prese di responsabilità, nella ricerca di soluzioni o apertura di nuove strade per il bene dei propri ragazzi.
Il riferimento, come è facilmente deducibile, va ai dirigenti scolastici, le figure preposte alla guida di questi stessi istituti.  Per amore di verità bisogna dire che ad intralciare, e non poco, il loro operare ci sono massicce incombenze burocratiche, vale a dire la richiesta dall’alto di produrre documenti su documenti, incartamenti su incartamenti per ogni minimo passo che si compie. Troppo tempo rubato a chi nasce per una mansione che dovrebbe essere solo interventista. 
E allora parliamoci chiaro: la prima necessità è di sgombrare il campo, snellire, alleggerire le procedure che peraltro fanno perdere smalto anche a chi è più motivato. È qui che c’è da intervenire con urgenza! Non vediamo l’ora di riceverne comunicazione dall’alto.
Ma nonostante questo c’è chi è capace di elevarsi, non rinunciando al proprio vero ruolo, e nel lavorare per sé traccia una linea che può rivelarsi percorribile anche per altri. Perché, non dimentichiamolo, chi è sul campo ed è persona capace questo lo fa regolarmente.
 

Basta guardare ad esempio al modello di scuola che l’acuto dirigente dell’Istituto Vergani Navarra, Massimiliano Urbinati, ha improntato a Ferrara, cittadina che peraltro è un gioiello di accoglienza e buon vivere. Ecco, ora gli passiamo direttamente la parola, come si fa quando negli interlocutori si rileva una certa sostanza, che loro stessi non esauriranno di sicuro in un’intervista, ma almeno si evidenzierà la loro forma mentis, l’approccio alle cose.

Ci risulta che, oltre al suo ruolo nella scuola, da qualche anno lei sia anche stato investito della carica di presidente della Strada dei vini e dei sapori della Provincia di Ferrara. Ci racconti...
“Inizio col dire che non ho avanzato candidature per questo ma mi hanno scelto.  È stato l’assessore alle Attività Produttive del Comune di Ferrara che, a fine 2020, volendo mettere al centro dell’agenda di promozione del territorio le giovani generazioni e la formazione, nell’ottica del creare quella mappa vincente di un network (tra istituzioni, imprenditori, università, associazioni di categoria, mondo dell’informazione..) che lavori per la comunità, condividendo le competenze nell’ambito di uno stesso obiettivo di valore pubblico, ha proposto di coinvolgermi”.

Che la scuola sia un laboratorio di vita


Evidentemente l’assessore ha colto una sua capacità di visione. E lei, accettando, ha intravisto il beneficio che ne poteva derivare per la scuola
“Accettare questo incarico per me è stato certamente sfidante ma, al tempo stesso, anche un naturale complemento al mio lavoro, perché insito nell’essere direttore di una scuola c’è il fatto che devi cercare di creare le condizioni per cui questi ragazzi si costruiscano una vita imprenditoriale, cosa che non può avvenire  all’interno di quei quattro muri della scuola ma solamente nelle attività realizzate con enti produttivi, istituzioni e tutto il resto. Perché da una parte si deve sviluppare un’etica imprenditoriale, che è l’idea di identità collettiva, dall’altra un’identità personale, ossia sapere cosa puoi fare rispetto alla tua passione, al tuo essere, in un contesto territoriale. Chi si occupa di questo settore si deve proiettare non solo con le conoscenze ma con le competenze, cioè il saper fare, e poi soprattutto con tutto quello che la nostra mentalità, in particolare la nostra generazione, ignora: cioè le famose skill che sono il saper fare generico (risolvere i problemi, fare squadra, saper gestire situazioni complesse, saper costruire e sviluppare competenze di promozione di sé, del territorio...) ovvero tutto quello che si è sempre imparato dalla vita ma che oggi non ci si può permettere di apprendere casualmente. Lo si deve costruire”.

Che ruolo deve avere quindi la scuola?
“Bisogna far in modo che la scuola sia un laboratorio di vita (living lab), che eserciti a fare non solo prove di realtà ma anche a realizzare veri e propri eventi. Per come la penso io bisogna che escano da questo percorso figure che abbiano anche competenze trasversali, preparate nell’organizzare iniziative, comunicare, gestire i social...Ho attivato anche un corso per food blogger (tra i primi a partire in Italia). E lavoriamo pure con l’intelligenza artificiale, per fare alcuni esempi di dove spaziamo. L’idea è che chi frequenta questa scuola debba cercare di vivere la realtà. Da noi succede con eventi esterni come Ferrara Food Festival, Cibo è chi lo fa, per citarne alcuni, organizzati dalla  Strada dei vini e dei sapori, oppure ospitando iniziative, come è accaduto di recente con AEHT Yout Parliament, (30 giovani studenti provenienti da 27 Paesi della UE hanno discusso delle sfide del settore dell’ospitalità e del Turismo). Più di tutto però organizziamo, nel corso dell’intero anno, moltissimi eventi interni, i cosiddetti  Atelier del gusto e della tradizione estense - progetto didattico attraverso cui la scuola si apre al territorio e ai suoi committenti (Università, associazioni no profit, enti, club culturali...) - che rientrano nel Patto di Comunità Territoriale, dal momento che si tratta di servizi fatti per la comunità. E questo è il famoso service learning, il contributo dei giovani alla comunità, che nessuno fa. E quando lo si fa è sempre nell’ottica di recupero di zone socialmente depresse. Se la scuola ti chiude all’interno di un’aula tu imbrigli tutta la tua creatività, patrimonio genetico che nasce dalle generazioni passate, basate sulla necessità del bisogno. Una volta riuscivi perché avevi bisogno, avevi fame. Adesso questa fame non c’è più però è rimasta nel tuo bagaglio genetico questa creatività e non la puoi imbrigliare”.

Ha citato il Patto di Comunità territoriale. Ci spiega di cosa si tratta?
“Tutti gli eventi che ci vengono richiesti comportano al committente la sottoscrizione del Patto di Comunità Territoriale, in cui si dichiara che il nostro primo valore sono i giovani, di cui dobbiamo sviluppare le competenze in un’ottica di identità collettiva, per quanto riguarda il nostro settore enogastronomico e agroalimentare (espressione estesa perché guido anche l’agrario). L’obiettivo del Patto di comunità è formare i futuri esperti del settore che entreranno nel mondo del lavoro, però con la consapevolezza che è data e da quello che gli è stato insegnato ma anche da quello che hanno vissuto, solo così si supera il differenziale di quanto richiesto dal mondo reale”.
 

Che la scuola sia un laboratorio di vita

Qual è a suo avviso la fase più delicata nel percorso dei cinque anni?
“Certamente quella del biennio. In questa fase tenere vivo l’entusiasmo dell’alunno è fondamentale, soprattutto aumentando il suo coinvolgimento in attività o prove di realtà il più possibile connesse alla prassi di settore. Pertanto decretare a priori il divieto a realizzare attività concrete di continuità/alternanza scuola-lavoro (ora denominato PCTO) è dannoso. Tra l’altro il Decreto 77/2005 prevede che l’alternanza sia una modalità didattica accessibile agli studenti che abbiano compiuto il quindicesimo anno di età. L’ideale sarebbe realizzare un periodo sperimentale di simul PCTO (ex alternanza scuola-lavoro) sia in prima che in seconda, così si tutela anche la sicurezza (vedi atelier del gusto della tradizione estense), con una committenza esterna iscritta al nostro patto di comunità. Perché i ragazzi di questi progetti ne hanno bisogno come dell’aria che respirano, hanno bisogno di avere la consapevolezza, l’autostima. Senza l’autostima non si va avanti. È da lì che dobbiamo iniziare a lavorare perché possano rimanere nel settore terminato il percorso di studi: nella nostra scuola l’indice di occupabilità nel settore è del 71%, ma vogliamo che quella percentuale continui a crescere”.


Una scuola come quella che lei dirige, con un indice di occupabilità nel settore così alto (71%), come potremmo definirla?

“La scuola degli eventi, dei progetti, del fare che significa non semplicemente fare un progettino fine a sé stesso ma che sia collegato con la vita della comunità. In ogni periodo c’è un evento e questi eventi stiamo cominciando a valutarli come un’attività scolastica, attraverso il principio della valutazione delle competenze, che trova una rispondenza - per ora è in un quarto (il 25%) delle valutazioni delle discipline che concorrono a rendere efficace la realizzazione dell’evento. Ad esempio se tu comunichi, fai uno storytelling durante l’evento. Questa è una valutazione di italiano e può essere fatta anche da un docente che non è il tuo ma è il docente della stessa materia di un’altra classe, che a turno partecipa all’evento. A questo stiamo lavorando proprio adesso, che poi è lo stesso che chiede il decreto 61/17. Sono cose che sembrano irrealizzabili invece no, noi le stiamo portando avanti. I ragazzi se vogliono crescere devono giocare a fare i grandi, devono essere grandi. Per essere grandi sin dalla prima devono fare degli eventi che qualificano la città. Per cui bisogna considerare i giovani il primo patrimonio della comunità. Per far questo devi fare di tutto per inserire la scuola nell’attività del territorio e della comunità.  Tra gli indicatori di efficienza devi inserire non solo il risultato ma anche il coinvolgimento dei giovani nel risultato, perché questo assicura un futuro di ricambio generazionale e di permanenza di un’identità collettiva”.

Che la scuola sia un laboratorio di vita

I due ruoli che riveste, dirigente scolastico e presidente della Strada dei vini e dei sapori della provincia di Ferrara, come si conciliano, integrano, completano?
“Il concetto che determina la coerenza dei due ruoli è dato da cosa significhi essere dirigente scolastico ed essere presidente. L’uno e l’altro significano essere leader, guida, cioè che sei il primo e sei anche l’ultimo, nel senso che sei al servizio di una comunità e provi a dare una visione.  La visione che cerco di dare ai miei alunni è quella di essere protagonisti della comunità. La visione che voglio dare agli iscritti della Strada dei vini e dei sapori, che sono la maggior parte dei comuni, le associazioni di categoria, aziende agricole (51%) della Regione Emilia Romagna, è dare l’immagine di un territorio che è di grande qualità, valorizzare un’identità collettiva.  L’obiettivo è lo stesso: il primo rivolto ai giovani e l’altro rivolto a tutti gli altri. Siccome i giovani sono gli altri tra qualche anno, è la stessa cosa. La integri perché fai lavorare i giovani insieme a coloro che rappresentano le istituzioni del territorio sia politicamente che dal punto di vista aziendale.
È un patto generazionale”.

Essere all’opera per costruire una scuola forte, strutturata al proprio interno e operativa sull’esterno fino al punto di ritagliarsi un proprio spazio nel sistema, significa restituirle quel ruolo unico - rispetto a tutti gli altri soggetti - nella res pubblica, che per molti aspetti è andato svanendo.
Se vi sembra poco.... 

AEHT Youth ParliamentAEHT Youth Parliament
Che la scuola sia un laboratorio di vita
a cura di

Simona Vitali

Da quando sono nata in questo mestiere, la formazione - quella alberghiera in particolare - è la mia priorità, perché è l'urgenza.
E poi non sono mai sazia di scoprire luoghi e prodotti e storie di ristorazione meritevoli di essere raccontati.
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