Format è una parola che potrebbe suscitare molte antipatie per chi è veterano della ristorazione. Sarà perché la si associa ai pitch delle agenzie di comunicazione; o perché - come per il termine location - ne siamo pieni fino a sopra i capelli, ma per molti questa parola è il sinonimo di modernità, più che di autenticità.
Non è una deduzione: per curiosità l’abbiamo chiesto ad alcuni ristoratori e tutti convengono che il concetto di format sia più associabile ad un modello business (magari replicabile, in franchising) e non sia, invece, legato a progetti spessi, genuini, veri. Insomma, per capirci: una trattoria tradizionale non scriverebbe la parola format nella prima pagina del proprio menu. Un’insegna poliedrica, sui Navigli, a Milano, che punta su una seconda apertura, sì. Allora, prima di riportare alcuni esempi originali ed efficaci di format nella ristorazione (tralasciando il primo, capirete!) era doveroso spezzare una lancia a favore di questa parola, ereditata a metà tra l’informatica e il mondo della tv, e che non ha una connotazione negativa. Ce ne siamo appropriati, ma non abbiamo ancora deciso cosa sia per noi, per il settore della ristorazione. È un modello per forza originale? È un progetto con codici, metriche, obiettivi ben definiti? O può anche essere anche qualcosa di unico, autentico, conosciuto?
Quello che non vogliamo da un format
Quando si cercano risposte a volte è più facile lavorare per sottrazione, ovvero eliminare nomi, voci, codici confusionari o grevi. E quindi, ci è sembrato utile partire da cosa non deve essere un format di ristorazione per essere vincente.
Costruire un’attività, confezionarla dal punto di vista estetico, grafico, della narrazione, senza tenere conto di aspetti basilari per la piacevolezza dell’ospite è il modo migliore per architettare un progetto fallimentare.
Non abbiamo dovuto nemmeno cercarlo; intendiamo un locale costruito su principi aridi e confusi, totalmente sfalsato dal motivo che muove chi ristora: far star bene chi entra.
Non si può pensare che una grattugiata di Microplane, dei poster riposti in bei quadri, un arredo contemporaneo e informale facciano la felicità di chi è seduto a tavola. No, non può bastare questo a maggior ragione se, in ordine: le persone escono con i vestiti imbrattati di odori, a causa di un layout non pensato adeguatamente e non c’è una cappa aspirante adeguata; la musica è talmente alta che i commensali non riescono a sentirsi, e chi serve in sala riesce a farsi spiegare; non si è rinfrescata la sala per tempo, ignorando le temperature che corrono di questi tempi; la formula - dichiarata - è quella dei piatti messi al centro, da condividere, ma il perimetro del tavolo è talmente ridotto che far stare tutto dentro è impossibile (e chi è seduto si ritrova a dover riempire il piatto in fretta per liberare il campo). Non è tutto: nello stesso locale - di cui, naturalmente, non faremo il nome - è bastata una forchettata dal primo piatto per capire che le pietanze non erano state assaggiate dalla cucina e dalla sala. Altrimenti non si spiega, perché non avrebbero messo solo la forchetta! Non vogliamo continuare, ma ci sarebbero altri appunti da aggiungere.
E allora la domanda è: cos’è l’identità? Non è un involucro, non sono le maglie personalizzate, gli slogan inflazionati, i prodotti che si replicano da nord a sud senza distinzione alcuna. L’identità è la sostanza. E questa passa per la definizione di se stessi.
Ora andiamo agli antipodi raccontandovi format ragionati, efficaci, belli. Alcuni sono stati aggiustati in corsa, perché non è detto che gli studi di mercato, l’idea di partenza e le aspettative di un ristoratore siano sempre soddisfatte. Altri si sono sedimentati nel tempo, dimostrandosi sempre attuali.