Un'altra bella riflessione che ho letto nel libro è sulla grammatica alimentare. Me la spiega meglio?
“Abbiamo bisogno di mettere ordine nelle cose. Lo abbiamo sempre fatto, per esempio anche nel vestire, per andare a un matrimonio vestiti in un modo o andare a un funerale, un tempo, vestiti in un altro era diverso. Adesso questi modi o grammatiche sono un po' diluite, anche nel mangiare. C’è un vecchio proverbio: cavoli a merenda. A merenda non si danno i cavoli. Il cavolo è un cibo di basso valore. Merenda te lo sei meritato, quindi a merenda io ti do il dolce, ti do un frutto, eccetera, non ti do il cavolo. Quindi ogni cosa deve avere il suo posto. Queste regole si sono create su schemi molto più ampi di quello che noi possiamo immaginare. Mi spiego meglio. Succede che con l'arrivo dell'Ottocento, e di questo si sta discutendo ancora parecchio, non si sa come e perché, compaiono certe regole. Per esempio, le sinfonie musicali e la lirica sono fatte dei tre tempi e se c'è uno che invece fa una sinfonia di due tempi, la chiamano incompiuta. E anche il cibo viene, nello stesso periodo, a essere dato in tempi per cui abbiamo un'ouverture che è un antipasto, poi abbiamo un primo tempo che invece è un piatto solitamente di pasta, un secondo tempo di carne o, più raramente, di pesce. Per cui la trilogia che noi viviamo nell'opera lirica la troviamo anche nella trilogia alimentare. I tre tempi diventano una specie di grammatica. In questa grammatica poi, ognuno mette le cose al posto giusto. Ogni popolo ha la sua grammatica. Io sono stato in Cina diversi anni, nel '72. Ci ho vissuto abbastanza lungo perché lavoravo per la Comunità Europea e ho imparato a mangiare come fanno i cinesi; che non è come noi mangiamo qui gli stessi cibi. Il pranzo cinese vero è così. Primo: a tavola non bisogna lavorare. Chi sta in cucina deve preparare tutta quanta la roba da mangiare, perché io non posso stare lì a tagliare le cose, a condire, a fare tutto quello che comporta scomporre un piatto. Per questo si mangia con le bacchette. Seconda cosa: là si preparano tutte insieme le cose da mangiare. Ad esempio, siamo in sei a tavola. Vengono in tavola sei cose diverse. Io mi faccio la mia armonia delle cose diverse nel mio piatto. Un altro se la fa in un modo diverso e discutiamo come costruire il piatto secondo il nostro criterio e lo commentiamo. E mi sono trovato ad avere allora un primo giro di piatti diversi per consistenza. Un secondo giro, diversi per sapore. Un terzo giro diverso per colore. Perché è il gastronomo che si fa il suo piatto discutendo con gli altri mentre la cucina prepara gli oggetti. Una grammatica completamente diversa dalla nostra, ma più in generale è capire che le grammatiche non restano immutabili nel tempo, come ogni cosa viva la lingua e la cucina sono in continua trasformazione: nella nostra cucina dal riso cinese abbiamo inventato il risotto, dalla patata americana sono nati gli gnocchi, dalle melanzane indiane la parmigiana e tutto questo è avvenuto anche in forma contraria all’estero con le cucine occidentali, con la costruzione di nuove grammatiche alimentari influenzate e condizionate dalle situazioni economiche e sociali”.
Localismo alimentare, chilometro zero, filiera corta: se ne fa e se ne è fatto un gran parlare, ma soprattutto si è data una lettura non corretta cioè che il chilometro zero è più buono di un altro cibo. Qual è il suo pensiero su questo tema?
“Il localismo alimentare è stata una strumentalizzazione economica da parte di un'agricoltura oggi in crisi. A chi serve oggi questo localismo? Serve a chi ha tempo di andare a far spesa al mercato e tempo per cucinare. Oppure serve al turista in cerca di qualche favola che dipinge l’agricoltura in modo fiabesco. Perché oggi è tutta una questione del tempo. Il pensionato può andare a prendere i cavoli, a prendere le carote, eccetera. La moglie del pensionato può fare il minestrone, ma la maggior parte delle persone compra il minestrone già fatto. Per cui il tempo, questa è un'altra questione importante, in cucina è cambiato completamente. Adesso mia nuora o i miei figli danno la barretta al bambino, non passano ore, come facevano le nostre madri, davanti ai fornelli.
Oggi non è più la produzione di alimenti che, come nel passato, determina e guida i consumi e quindi la cucina, ma in un’inversione di ruoli oggi è la cucina che guida la produzione alimentare. Il tempo destinato alla preparazione del cibo non supera la mezz’ora. E questo non giova di certo a quello che si può definire localismo alimentare. Infatti si ricorre a piatti pronti o solo da riscaldare, facili da preparare con poco sforzo e che offrono una vasta gamma di opzioni culinarie, ma che quando vogliono rappresentare preparazioni tradizionali queste sono standardizzate e adeguate alle tecniche della industria e alle esigenze della conservazione e distribuzione su larga scala. Anche per la ristorazione, con la carenza di personale, l’industria alimentare si sta orientando verso la proposta di piatti semi-lavorati”.