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Il caos nel vino

Il caos nel vino

Stavamo spulciando dentro a una lunga lista di dati e statistiche, interpellando osservatori e distributori, per portarvi anzitutto un quadro quanto più possibile dettagliato dei consumi di vino in Italia nell’ultimo anno, quando abbiamo deciso di fermarci.
Volevamo mettere la questione su un piano oggettivo perché, diciamocelo, ogni volta che negli ultimi tempi si introduce l’argomento vino e consumi con chi lavora nel settore - che sia operatore, oste, sommelier, venditore, distributore - diventa estremamente complesso capirci qualcosa.
Perché è così complicato?
Partiamo da qui: dalla consapevolezza che il mondo del vino oggi è complesso, stratificato, con voci autorevoli che spiccano, voci improvvisate che tentano di farsi largo, nuovi metodi di comunicazione, investimenti inspiegabili, teorie dei consumi, “imitazioni” dealcolate, gruppi di acquisto, etichette che provocano la nausea da quanto si vedono in giro. Ma è soprattutto un mercato che dipende dal luogo e dalle persone.
Questo ce lo ha rimarcato Matteo Circella, sommelier de La Brinca, con cui abbiamo conversato sull’argomento, per raccogliere un parere di chi si trova nell’anello di mezzo, tra produttore e ospite di un ristorante.
 

Il vino non quotidiano
Dovremmo partire raccontandovi La Brinca, storica insegna ligure arroccata sulle alture che si affacciano al Golfo del Tigullio, precisamente a Ne, il nome più corto che si potesse dare a una località. Ma no, arriveremo dritti al punto, o ai punti, lasciando stare premi e convenevoli, come fa Matteo Circella. Da anni è entrato con il fratello Simone dentro all’attività affiancando la madre Pierangela e il padre Sergio e si è dato con convinzione, e qualche idea controcorrente (rispetto a quelle che vigevano fino ad allora), al mondo del vino.
Tra i punti, il primo che affrontiamo, riguarda l’abitudine, e la non abitudine, al vino.
“Parto dal fatto che ogni considerazione oggi per me è relativa. Se dovessi guardare al nostro ristorante, o alle vendite dell’e-commerce, ti direi che non c’è questa grande crisi, come sottolineano in tanti. Ma sono certo valga anche per altre situazioni di ristorazione e altre realtà di vendita. È un settore talmente diversificato che dipende da dove lo si guarda, quali sono i luoghi e i soggetti coinvolti. La cosa che mi pare più evidente, e che possa essere correlata a risvolti economici, è che sia cambiato il concetto di vino quotidiano. Quanti consumano ogni giorno un calice di vino e quanti, invece, preferiscono non bere nulla oppure consumare una birra o un cocktail? È la disaffezione al vino come bevanda l’aspetto che incide di più oggi ed è su quello che si deve lavorare. Con la pandemia si pensava a un mercato in divenire ma sono stati fatti degli errori piuttosto rilevanti dagli attori coinvolti”.
 

Il caos nel vino

È un problema anche di inadeguatezza
Alcuni errori li abbiamo già individuati e raccontati in passato; Matteo li mette in fila.
“Le persone, quando si sono allontanate dal vino, lo hanno fatto per varie ragioni. Una è l’inadeguatezza che si respira in certe insegne. È corretto pagare un calice di vino il giusto, ma dentro al prezzo ci deve essere anche la competenza di chi si occupa del servizio. In tanti locali si è pensato prima a riempire gli scaffali con vini in tendenza, senza tenere conto della capacità e della preparazione di chi andava a versare, a raccontare il prodotto al tavolo”.
Mentre Matteo lo sottolinea, inutile dire che gli esempi dall’archivio dei ricordi spuntano fuori come funghi.
“C’è stata un’esagerata semplificazione sia nel mondo della produzione del vino, sia in quello dell’ospitalità in cui ci vorrebbero più osti desiderosi di muoversi, di andare nelle aziende, di capire, di acquisire. Invece sembra che conti di più l’etichetta che il percorso fatto per produrla. Come si fa a integrare l’ospite in un locale, a farlo sentire coinvolto se manca tutta quella componente narrativa e se non è stata investita a monte della fatica nella ricerca?”


Il capitolo giovani
I giovani non bevono più’. ‘I giovani qui bevono benissimo e investono su ciò che bevono’.
Chiediamo a Matteo cosa ne pensa di queste due affermazioni, esternate da alcuni ristoratori.
“Credo valga il discorso di prima: bisogna contestualizzare perché dipende da cosa offri, in quale luogo, in che modo, con che comunicazione. Inoltre pochi si soffermano su come eravamo noi, da giovanissimi. Eravamo grandi consumatori di vino? È una bevanda a cui si approccia in età più adulta. Pertanto non sono preoccupato a riguardo. Noto invece come ci siano molti ragazzi appassionati che si stanno abituando a bere bene. Se parliamo di consumi in termini assoluti potrebbe essere solo un bene che cali la quantità ma si alzino il numero di persone consapevoli, disposte a bere meglio”.

Il caos nel vino

Le sfide del vino
Quando sentiamo parlare di vino dealcolato sorridiamo sempre. Altrettanto fa Matteo Circella.
“Questi prodotti non minano il mondo del vino. Io sono un grande appassionato di bevande fermentate e quelle convivono con il nostro settore, possono stare al ristorante, ci stanno bene insieme. Mentre, per quanto concerne il prodotto dealcolato, non desta interesse al bevitore appassionato. Le sfide del settore a mio avviso riguardano l’arrivare sempre di più alle persone rendendo il vino accessibile, promuovendo spazi aggregativi e remando nella direzione che molti hanno già intrapreso, in cui sono la curiosità e la conoscenza a guidare la scelta, non la routine. Penso a mio padre che mi guardava contrariato quando ho iniziato a introdurre certe etichette in cantina e ora ha cambiato molto visione. Il pubblico molto più adulto non cambia abitudini facilmente ma può ancora ordinare molte bottiglie… scegliendo di bere qualcos’altro!”.
Matteo, piuttosto, è sul chi va là per un’altra questione.
“Sembra che si stia compiendo un ciclo. Abbiamo per buona parte abbandonato un modo di approcciare al vino, intendo quello estremamente accademico, giudicante, che ti guardava dall’alto al basso, per intenderci quello della sommelierie vecchia scuola, per contrastarlo con l’esatto opposto. È così che si è radicato un certo tipo di produrre e proporre il vino, in cui ad emergere sono gli artigiani e il territorio. Ma… ma si è costituita una comunità di bevitori di etichette che ha portato in auge alcuni produttori e alcune zone, determinando un aumento smisurato dei prezzi per alcune bottiglie. Cosa ci rimane, alla fine? È così che si dà stabilità al settore, e soprattutto che si fa cultura? Oltre al fatto che, in questo calderone, si è messo dentro di tutto”
L’ultimo appunto riguarda le quantità. Sentiamo dire “c’è troppo vino”.
“Sì e no. Se pensiamo che molti viticoltori hanno scelto di abbandonare realtà consorziate per mettersi in proprio e marciare con le proprie gambe, per esempio, allora è normale che pare ci sia “tanto” vino rispetto al passato. Il vino non è tanto, è cambiata questa dinamica ed è mutata la capacità di assorbimento del mercato. Quello di cui sono certo è che il mercato del vino non morirò dall’oggi al domani. Si ridimensionerà. Sicuramente la sfida più grande spetta ai produttori nuovi e ai locali appena aperti, ma se lavori con professionalità e ricerca vieni premiato”.

a cura di

Giulia Zampieri

Giornalista, di origini padovane ma di radici mai definite, fa parte del team di sala&cucina sin dalle prime battute. Ama scrivere di territori e persone, oltre che di cucina e vini. Si dedica alle discipline digitali, al viaggio e collabora con alcune guide di settore.
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