La piccantezza si è integrata così in modo strutturale in moltissime cucine, attraverso salse, paste e intingoli, è lì che piccante viene declinato con maggiore frequenza: lo troviamo nelle Mole messicane, salse preparate con diversi tipi di peperoncini e un’infinità di altri ingredienti (origano, aglio, cannella, pepe, noci, cioccolato, solo per citarne alcuni) e nelle Hoi Sin e la Ma La cinesi, entrambe a base di pasta di fagioli di soia fermentata e peperoncino, diverse per complessità sensoriale e utilizzi in cucina. E non si lesina sul piccante nemmeno in Giappone, che ha fatto dell’utilizzo di una radice verde di crescione di fiume chiamata Wasabi (ormai quasi introvabile) una sorta di bandiera gastronomica nazionale. Non meno infuocati alcuni Masala e Chutney indiani, polveri e composte di frutte o verdure piccanti utilizzate in molte preparazioni tradizionali. In nord Africa, la salsa Harissa, una pasta di peperoni e peperoncini aromatizzata con diverse spezie condisce moltissime pietanze. E il calore aumenta spostandosi a sud del continente: il Pili-pili, o Piripiri è un condimento in pasta o in polvere a base di peperoncini piccantissimo, come il Berberè, pilastro della cucina etiope ed eritrea.
L’Italia piccante in un piatto
E nel nostro orticello la faccenda non è priva di calore: in Triveneto il cren (o kren) grattugiato fresco o sott’aceto, accompagna arrosti e bolliti di carne, come l’abbondante senape che infuoca la mostarda mantovana. Ma di tutti i bruciori, il trono della popolarità trasversale spetta al peperoncino: caratterizza la concia di insaccati come la nduja e la ventricina, arricchisce piatti a base di verdure come la ciambotta abruzzese e la scarola napoletana. E ovviamente le paste. Il nostro vessillo nazionale sul tema lo troviamo citato nei ricettari di Ippolito Cavalcanti e Jean Caròla Francesconi, dove i ‘vermicelli aglio e uoglie’ e i ‘vermicelli alla Borbonica’ sono i riferimenti storici. Dalla culla Campana l’aglio olio e peperoncino ha saputo farsi tradizione trasversale, vuoi per la facilità di esecuzione, vuoi per la velocità di preparazione.
Un piatto pop nobilitato attraverso le intuizioni di chi ha colto spessore nella semplicità: ormai storica la versione di Aimo Moroni (correva l’anno 1965), con cipollotto di Tropea e peperoncino di Senise. Al cucchiaio invece - trasformata nel ripieno dei ravioli in brodo di cicale di mare- l’AOP di Andrea Berton. Non meno pionieristica la versione di Nicola Cavallaro, lo chef di origini padovane oggi in forze a Un Posto a Milano, nel 2006 proponeva nel suo ristorante sui navigli una versione inedita, crasi della sua passione per il peperoncino e le esperienze all’estero. È stato il primo a parlarci di varietà di capsicum, utilizzandone ben tre diverse per aggiungere complessità aromatica e gustativa, aglio rosso a pomata, olio extravergine e una selezione di pasta che si è evoluta col tempo, oggi declinata in uno spaghetto trafilato al bronzo. Vi fosse venuto un languore, qui trovate la ricetta di chef Cavallaro, che ringrazio.