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Il pranzo di nozze di Madame Bovary

20/11/2024

Il pranzo di nozze di Madame Bovary

Il celebre romanzo di Flaubert racconta la distanza inconciliabile tra i sogni romantici di una ingenua ragazza e la vita reale nella provincia della Francia di metà Ottocento. Mentre le tavole apparecchiate osservano, silenti, il suo lento e inesorabile scivolare nel baratro



Nato a Rouen da padre medico e famiglia borghese, Gustave Flaubert (Rouen 1821- Croisset 1880) era solitario, introverso, malinconico, ma anche presuntuoso, rissoso e pieno di sé, poco incline allo studio ma molto alla storia e alla letteratura. 

Si trasferì a Parigi per studiare giurisprudenza, senza molto convincimento né impegno. A seguito di un attacco epilettico abbandonò gli studi e nel 1844 si ritirò nella piccola proprietà familiare di Croisset, dove abitò fino alla morte e scrisse tutti i suoi successi tra i quali: “L’educazione sentimentale” (1843-45), “Salammbô “(1862) e il suo testo più noto, “Madame Bovary” (1856), pubblicato a puntate sulla “Revue de Paris”, provocando uno scandalo e un processo contro la morale pubblica che si concluse con un’assoluzione. 

Già nel 1846, la morte del padre e dell’amata sorella Caroline, lo aveva portato a una depressione profonda ma, nonostante ciò, ebbe una vita piena, numerose relazioni con donne affascinanti e fece molti viaggi tra Medio Oriente, Grecia e Italia, frequentando assiduamente i salotti intellettuali pagini. 

Perennemente insoddisfatto del suo lavoro, alla ricerca continua della “parola giusta” che potesse descrivere con efficacia una sensazione, un personaggio o un ambiente dei suoi romanzi, correggeva e riscriveva i testi in un lavoro estenuante e tormentato: era il suo maggior obiettivo assicurare una ricostruzione analitica della verità, lontana dal sentimentalismo romantico, a favore di un atteggiamento scientifico e impersonale. In questo fu un raccordo tra la fine del Romanticismo e l’inizio del Naturalismo della seconda metà dell’Ottocento.

Attraverso le sue pagine si ha uno spaccato implacabile della vita sociale a Parigi e della provincia francese tra la fine della Monarchia di Luglio, la Rivoluzione del 1848 e l’inizio della Seconda Repubblica: non a caso, Madame Bovary, basato su un fatto di cronaca realmente accaduto, ha come sottotitolo “Costumi di provincia”.

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Il menu di nozze di Madame Bovary 

 

La trama del romanzo è nota: Emma, una giovane graziosa che vive nella provincia francese, figlia di un mezzadro benestante e orfana di madre, ben educata in un convento di città, dopo l’infelice matrimonio con Charles, un medico di campagna, semplice e vedovo, sogna di evadere dalla sua vita opprimente intrecciando due relazioni extraconiugali, illusorie e deludenti, e facendo debiti per qualche piccolo lusso. Tutto questo la schiaccerà, portandola al suicidio. 

In realtà la figura di Emma si presta a più letture: incarna, certamente, le miserie borghesi di una monotona vita coniugale di provincia ma è anche una storia fatta di ingenuità, di fragilità e di continue delusioni dovute alla distanza inconciliabile tra fantasia e realtà, tra un mondo interiore a caccia di passione e amore e la meschinità della vita di provincia. Tutt’attorno, il silenzio indifferente di personaggi sordi a tanto disagio. 

In Madame Bovary il cibo condiviso e la sua presenza a tavola sembrano andare di pari passo con la caduta di Emma verso l’abisso: il suo banchetto di nozze, simbolicamente, è la cronaca di un fallimento annunciato. 

La giovane sposa avrebbe desiderato un banchetto se non proprio sontuoso, per lo meno elegante, magari a mezzanotte, con le fiaccole romanticamente accese, ma nulla di ciò che si era immaginata, accadde. I soli quarantatrè invitati, grezzi e provenienti dai villaggi vicini, si erano ripuliti, visibilmente, proprio per l’occasione e anche il suo vestito da sposa non era come nei suoi sogni: “un po' troppo lungo, sfiorava il sentiero; di tanto in tanto ella si fermava, lo tirava su e delicatamente, con le mani guantate, toglieva le pagliuzze e gli aghi dei cardi”. Poco raffinato era il menu e “agreste” l’allestimento del banchetto nella fattoria del padre: “La tavola era apparecchiata sotto la tettoia dei carri. C'erano quattro lombate di bue, sei fricassee di pollo, un umido di vitello, tre cosciotti arrosto, e, nel mezzo, un bel maialino di latte allo spiedo, circondato da quattro salsicciotti all'acetosella”. Non un fine centrotavola, certamente. La tavola era priva di decorazioni: “Negli angoli troneggiavano le bottiglie di acquavite e il sidro dolce, imbottigliato, premeva con la sua spuma densa contro i turaccioli. Tutti i bicchieri erano già stati riempiti di vino fino all'orlo”. La crema di gelatina, poi, gialla e vanigliata, con il nome degli sposi inciso ad arabesco, tremolava a ogni movimento, esattamente come il futuro di Emma e Charles. Ma il dessert doveva ancora arrivare.

Il pranzo di nozze di Madame Bovary

La torta nunziale di Emma

 

Era una torta verticale a più piani, un “pièce montée”, ossia un “pezzo assemblato”, tipica dei matrimoni e così descritta da Flaubert: “Era venuto un pasticciere di Yvetot per occuparsi delle torte e dei torroni. Questi si era dato un gran da fare, non essendo conosciuto nel paese, e al dolce servì personalmente una torta decorata che strappò grida di meraviglia. La base era costituita da un cartone quadrato azzurro, raffigurante un tempio con portici, colonnati, statuette di stucco disposte tutto intorno in nicchie costellate di stelle di carta dorata; al secondo ripiano v'era un torrione di pasta di savoiardi circondato da minute fortificazioni di angelica, mandorle, uva passa, spicchi d'arancia; infine sulla piattaforma superiore, costituita da un prato verde con rocce e laghi di marmellata ove navigavano barchette di gusci di nocciole, un Amorino si dondolava su un'altalena di cioccolata i cui pali di sostegno terminavano con due boccioli di rose fresche poste lì sopra a guisa di pomoli”.

La costruzione aveva alla base, quindi, un tempio simbolo dell’amore familiare, mentre al piano superiore, più che un castello, aveva un mastio medioevale le cui fortificazioni erano “piccole”, abbastanza scarne per i quarantatré invitati, ma poste a difesa della solidità del matrimonio; il terzo strato rappresentava un mondo idilliaco con il romantico lago e il prato che prefiguravano una vita senza asperità, "verde" come la speranza ma di edibile, anche qui, c’era ben poco. Era una torta fatta solo per essere ammirata e non gustata, una rappresentazione premonitrice di ciò che sarebbe stato: una misera illusione.

I pranzi dei Bovary

Dopo il matrimonio, Emma provò a soffocare la propria infelicità e il ribrezzo per Charles, senza riuscirvi. Non era l’angelo del focolare o la depositaria dei valori conservatori della società borghese. Rimase delusa anche dalla maternità. Non cucinava, servizio destinato a una governante di casa e, spesso, non mangiava: a tratti anoressica, rifiutava di nutrire il proprio corpo e di assaporare la vita che la circondava, per la quale provava disgusto, bevendo tè o aceto.

Avrebbe desiderato piatti raffinati, che accendessero la sua curiosità e la sua vitalità ma i silenziosi pranzi tra gli sposi erano a base di zuppa, vitello all'acetosella, bollito e porridge, testimoni del grigiore della sua vita coniugale e della nausea che si estendeva su tutta la sua esistenza: “Ma avveniva soprattutto durante i pasti […]; in questa stanzetta del pianterreno, con la stufa che fuma, la porta che stride , i muri grondanti, i selci bagnati, tutta l'amarezza della sua esistenza gli sembrava servita nel piatto e, nel fumo della farinata, saliva dal fondo dell'anima come altri sbuffi di debolezza”. 

L’invito al ballo al castello di Vaubyessard le fece assaporare, solo per una sera, un sogno abbagliante di fuga dalla sua noiosa vita verso un’esistenza nobile e romantica, preludio inconsapevole della misera fine: “Entrando, Emma si sentì investita da una folata calda, nella quale si mescolavano i profumi dei fiori, della bella biancheria, delle carni cucinate e dei tartufi. Le candele dei candelabri si specchiavano come fiammelle allungate nelle campane d'argento, i cristalli sfaccettati, velati da un vapore opaco, si rimandavano pallidi raggi di luce lungo la tavola per tutta la lunghezza della quale erano disposti in linea diritta mazzolini di fiori, e, nei piatti decorati con una larga bordura, i tovaglioli piegati a forma di mitra avevano fra le due pieghe un panino ovale. Le zampe rosse dei gamberi sporgevano dall'orlo dei piatti; sul musco posto dentro cestini traforati grossi frutti erano disposti in bell'ordine: dalle quaglie ancora sotto le loro piume si levavano volute di fumo.” E ancora: “Venne servito lo champagne ghiacciato. A Emma corse un fremito sulla pelle quando ne sentì il gelo sulle labbra. Non aveva mai visto le melagrane né assaggiato l’ananasso. Anche lo zucchero le sembrò più fine e più bianco di com’era abituata a vederlo”.

Al suo rientro a casa, il giorno dopo, l’attendeva una zuppa di cipolle.
 

a cura di

Alessia Cipolla

Architetto, food designer e storica della tavola, ha fondato nel 2009 La Costruzione del Gusto, un gruppo multidisciplinare che realizza architetture e design per il mondo del gusto e con gusto. Cura e organizza “Note di pranzi - I menu nella storia”, una mostra itinerante che espone una tra le più importanti collezioni private italiane di menu storici.

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