A marzo 2019 hai aperto Luigi Lepore Ristorante in quel di Lamezia Terme (CZ). Raccontaci dell’inizio e gli sviluppi, considerando pure l’aggravante, imprevista, della pandemia
“A fronte di un investimento importante su locale e personale di cucina e sala, nei primi sei mesi mi sono trovato ad affrontare una partenza traumatica: zero, zero, 2, 5...era il numero di clienti che registravo nell’arco di una settimana. Ogni lunedì libero, giorno di riposo in cui facevamo le nostre riunioni, era una continua discussione con mio padre, commercialista, peraltro abituato ad avere fra la clientela una tipologia di ristorazione che fa grandi numeri e quindi cassetto. Di fatto la città, Lamezia Terme, non rispondeva. Questa tipologia di ristorazione è poco praticata in Calabria. Poi è arrivata la prima chiusura per covid e, come tutti, abbiamo fatto valutazioni alternative ma il delivery, di cui mancava la cultura, non mi sono sentito di attivarlo. Quando stavo per riaprire ho detto a me stesso ‘Ho iniziato con il fine dining, ci riprovo... L’intento diventava quello di alzare l’asticella, con tutti gli sforzi possibili. Ne è uscito un menù ancora più elaborato. Quindi abbiamo riaperto e poi richiuso un’altra volta. A questo punto mi sono detto: Se devo morire muoio così. Come posso pensare di stravolgere un ristorante improntato all’eleganza, anche nell’arredo?’ Ho quindi pensato nuovamente ad un menù ancora più articolato, forte della buona squadra che mi sono trovato ad avere con me in quel momento (avevo preso due ragazzi bravi ed era tornato Federico Cari, il mio pasticcere). Quindi abbiamo spinto sull’acceleratore.
In quel periodo entravo in cucina alle otto del mattino e tornavo a casa all’una di notte. Per riposare un attimo il cervello staccavo 10 minuti, facendo una piccola sosta di riposo sul pavimento della sala. Federico, figura con cui ho condiviso tutto fin dall’inizio, faceva lo stesso. Anche il lunedì, che è il giorno libero, io e lui ci trovavamo verso le 11 del mattino per fare briefing su carta e poi riprendere con le prove il martedì. A noi si è unita anche mia sorella Stefania, che si è dedicata alla sala. Nella nostra testa volevamo raggiungere un livello altissimo, è stata quasi un’ossessione. Il risultato è che con la seconda riapertura l’asticella, a livello creativo, si era alzata ancora di più. In tutto questo i clienti erano praticamente sempre gli stessi, una ventina a settimana. La situazione non era ancora rosea. Nel secondo anno c’è stato un po’ di miglioramento, però l’asticella l’abbiamo alzata comunque”.