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Il vino, un bene a rischio

23/07/2026

Il vino, un bene a rischio

Strano anno questo per il vino in Italia ma, in generale, nei territori vocati di mezza Europa. In calo i prezzi alla produzione, in crescita le giacenze in cantina; in Francia, per colpa della crisi climatica (a cui nessuno di quelli che potrebbero fare qualcosa vuole guardare), per la prima volta FranceAgrimer chiederà al ministero dell’Agricoltura di non pubblicare alcuna stima produttiva per la vendemmia 2026 nel mese di agosto.
 

Cosa sta succedendo, dopo anni di crescita e di consumi?

Un +8,4% di giacenze nel mese di giugno, equivalenti a 6,2 miliardi di bottiglie è un dato che preoccupa decisamente i produttori, le organizzazioni di categoria e anche la politica che reagisce con il finanziamento, da parte del Ministero dell’Agricoltura, di uno spot istituzionale che prosegue la campagna lanciata a inizio anno dal titolo “The Italian Art of Time – Il vino è il nostro tempo”.

Ottima iniziativa che, però, dovrebbe viaggiare di pari passo con un cambio di impostazione nel racconto del vino da parte degli addetti: produttori e sommelier in primis.


Per anni, infatti, si è parlato un linguaggio che transitava dall’eccesso di tecnicismi fino al considerare degli ‘incapaci a capire’ tutti quelli che non riuscivano a declinare la gamma dei sentori in un bicchiere. Per non parlare del Vinitaly dove, per entrare in alcuni stand, devi dimostrare di essere di ‘sangue blu’.

Tutti elementi che non hanno certo giovato al vino e che, pensando alle giovani generazioni di consumatori, hanno messo questa straordinaria bevanda su un piedistallo troppo alto.
 

Lo stesso fenomeno dei vini naturali non ha prodotto molto di buono, secondo il nostro parere. Primo, perché di naturale non può esserci niente. Secondo, perché i primi esperimenti non hanno certo favorito quella che è, da sempre, la caratteristica del vino: il semplice piacere di berlo.

Non sono certo solo queste le cause della crisi. Ce ne sono di ben più profonde a cominciare da clima e guerre che creano insicurezza, ma quelle che abbiamo elencato sono le più facilmente risolvibili se ogni soggetto interessato al vino e dal vino facesse la sua parte.

Il racconto del vino deve essere pura poesia, deve far sognare chi sta portando alle labbra il bicchiere; facendolo entrare in vigna, guardando il sole sui grappoli, ascoltando le storie incredibili dei vignaioli e dei cantinieri italiani. Questa pura poesia deve essere la scelta privilegiata dei sommelier mentre portano la bottiglia e la aprono davanti ai commensali, pochi minuti di conversazione bastano per descrivere il territorio da cui quel vino proviene, basta parlare di idrocarburi, di selle sudate, di fiori e di mandorle quando si annusa il vino. Si crea solo un grande imbarazzo tra gli ospiti che magari assaporano semplicemente la freschezza e l’abbinamento ben riuscito con il piatto. E, per i ristoratori, basta pensare al vino come rimedio per i propri bilanci, non è più così.
 


Basta fare carte dei vini solo di vini naturali come se bere un vino convenzionale sia un delitto. Il vino convenzionale è un emblema dell’Italia e come tale deve essere considerato, anche perché le cantine convenzionali (in particolare quelle a denominazione di origine) sono quelle più controllate dal punto di vista igienico-sanitario e legislativo e quelle che danno lavoro a una discreta quantità di persone. 

Sono piccoli accorgimenti ma è dalle cose immediatamente fattibili che si deve cominciare per frenare questa crisi.

a cura di

Luigi Franchi

La passione per la ristorazione è avvenuta facendo il fotografo nei primi anni ’90. Lì conobbe ed ebbe la stima di Gino Veronelli, Franco Colombani e Antonio Santini. Quella stima lo ha accompagnato nel percorso per diventare giornalista e direttore di sala&cucina, magazine di accoglienza e ristorazione.
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