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Italo Calvino e la pietanziera

13/04/2026

Italo Calvino e la pietanziera

I saperi e i sapori, tra scienza e fantasia, di un grande intellettuale

Italo Calvino, cartografo dei labirinti dell’animo umano, è il risultato di un innesto unico: il rigore della scienza, respirato in famiglia sin dall’infanzia, e la libertà anarchica dell’immaginazione. 

Nato nel 1923 a Santiago de las Vegas, a Cuba, Calvino crebbe sotto l’influenza di due genitori dalla forte personalità e scientificamente rigorosi. Il padre, Mario, era un agronomo sanremese che dirigeva una stazione sperimentale sull’isola, mentre la madre, botanica di origini sassaresi, era una donna forte e analitica. Italo fu l’unico letterato in una famiglia di scienziati, sentendosi una “pecora nera”, ereditando dai genitori una sorta di disciplina intellettuale che applicò al testo letterario.

Il paesaggio ligure di San Remo, dove la famiglia si trasferì, divenne il suo primo laboratorio antropologico. Qui, il contrasto tra l’austerità domestica dei Calvino e il cosmopolitismo decadente della città, popolata ai tempi da vecchi granduchi russi e ricchi turisti internazionali, definì la sua curiosità per le differenze sociali e culturali. Fu, poi, la sua militanza partigiana nelle Brigate Garibaldi durante la Resistenza a spingere Calvino verso l’impegno civile e politico.

Il dopoguerra torinese, segnato dall’ingresso nella casa editrice Einaudi e dalla profonda amicizia con Cesare Pavese, consolidò la sua figura di intellettuale impegnato. La svolta cruciale avvenne nel 1957 quando, all’indomani dei tragici fatti d’Ungheria, Calvino rassegnò le dimissioni dal PCI. Questo strappo fu l’avvio di una ricerca letteraria più cosmopolita e complessa, diretta verso un’analisi profonda delle contraddizioni del boom economico. Al centro pose l’uomo moderno e le sue difficoltà, raccontando le dinamiche di potere e le stratificazioni della società capitalistica attraverso i gesti più semplici, la quotidianità e i sapori più amari, aiutato dal suo caratteristico stile, per così dire, fantasy-allegorico-umoristico.

Questa evoluzione passerà tra Parigi dove visse vent’anni e Roma per terminare, troppo presto, nel 1985, in vacanza, a causa di una emorragia cerebrale, mentre stava lavorando alle Lezioni Americane, un ciclo di conferenze che avrebbe dovuto tenere quell’anno ad Harvard, ma che usciranno solo postume.

Italo CalvinoItalo Calvino

Traiettorie letterarie

 

Calvino fu un viaggiatore attento, un acuto osservatore, un autore prolifico e curioso di molti aspetti del caos umano. Scrisse romanzi, saggi e racconti, ma si interessò anche al mondo del teatro, del cinema, della musica, del fumetto e dell’arte.  Se il debutto con Il sentiero dei nidi di ragno (1947) racconta la Resistenza attraverso lo sguardo di un bambino, è con la trilogia araldica de I nostri antenati che Calvino definisce la propria poetica. Tra il 1952 e il 1959, attraverso figure come il visconte Medardo di Terralba ( Il visconte dimezzato  del1952), squarciato da una cannonata turca nella pianura di Boemia, lo scrittore mette in scena l’incompletezza dell’uomo contemporaneo. Le Fiabe Italiane, uscirono nel 1956 ottenendo un buon successo.

Vi sono poi, tra gli altri, Le Cosmicomiche (1965) e l’insieme di luoghi immaginari e immaginifici de Le città invisibili (1972). Nel 1971 scrive Gli amori difficili per Einaudi mentre Palomar è del 1983, all’interno del quale si trova la splendida descrizione di un negozio di formaggi. Fino a Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e a Sotto il sole giaguaro, postumo.

Il manovale Marcovaldo

Pubblicato nel 1963, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città rappresenta una critica lucida e malinconica all’Italia del miracolo economico. Il protagonista è un manovale non qualificato della ditta Sbav, pieno di debiti, padre di una famiglia numerosa che vive in alloggi modesti, conducendo una vita di ristrettezze: Marcovaldo incarna perfettamente la vittima della civiltà dei consumi. È un “povero diavolo”, privo di malizia, un personaggio buffo che si muove tra il cemento e i fumi delle fabbriche come una sorta di marziano. È “inadatto” alla metropoli: Marcovaldo ignora semafori, insegne luminose e cartelli stradali, per lui solo segni muti, e si accende solo di fronte a quel poco di natura superstite che ancora lo circonda. È un eroe melanconico: nonostante le sue avventure finiscano immancabilmente con una cocente delusione, egli non si arrende mai. Sempre pronto a ricominciare, Marcovaldo non si rassegna passivamente alla sua condizione: nota la foglia che ingiallisce su un ramo stentato, la piuma impigliata a una tegola, o mangia i funghi che spuntano miracolosi in un’aiuola polverosa, finendone intossicato, resistendo a una società che lo vorrebbe sempre più individuo e solo l’anonima parte di un ingranaggio. 

Italo Calvino e la pietanziera

La pietanziera

 

Nella novella intitolata La pietanziera, Calvino racchiude in un umile contenitore di alluminio molto più del modesto pranzo di Marcovaldo. 

Per il grande autore parlare di cibo vuol dire affrontare, contemporaneamente, i temi della sensorialità, della cultura e della conoscenza. Nella sua opera viene contrapposta la memoria di un passato genuino alla grigia alienazione della modernità industriale: il cibo non è mai solo nutrimento biologico, ma un linguaggio che comunica situazioni, tradizioni e regole di comportamento sospeso tra passato e presente, tra memoria e illusione. 

All’interno di quella pietanziera chiusa ci sono le speranze di tutta una vita, l’illusione di un premio per i sacrifici svolti e la vana promessa di una vita migliore. Il rito del pasto di Marcovaldo inizia con il gesto di svitare il coperchio con una “trepida speranza”: “Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato ‘pietanziera’ consistono innanzitutto nell’essere svitabile”. Il manovale estrae dalla tasca un fagotto di posate che porta sempre con sé e osserva il contenuto preparato dalla moglie Domitilla. Calvino descrive il cibo, monotono, costituito da salsiccia e lenticchie o polenta e stoccafisso, come una vera e propria rappresentazione: gli alimenti appaiono compressi “come i continenti e i mari nelle carte del globo” ma la ‘bellezza cartografica’ si scontra con la desolazione della realtà. 

Sulla panchina di un viale, Marcovaldo sperimenta la “tristezza del mangiare freddo” e dei sapori che risultano irranciditi dal tempo trascorso nell’alluminio. Nella sua pietanziera spera di recuperare una dimensione accogliente, domestica e umana che il ritmo della fabbrica, i litigi e i debiti casalinghi gli sottraggono. Al termine della pausa, la pietanziera vuota e unta, diventa l’immagine del fallimento sensoriale imposto al sottoproletariato dai ritmi della ditta Sbav.

Il cibo e la lotta di classe

 

Per caso, Marcovaldo si imbatte in un bambino ricco affacciato alla finestra di una lussuosa villa, in castigo perché si rifiuta di mangiare un fritto di cervella “morbido e riccioluto come un cumulo di nuvole”. I due decidono di scambiarsi i pasti: se il bambino è affascinato dalla salsiccia, che gli sembra una “biscia”, cibo ‘da poveri’ che in casa sua non si mangia mai, il manovale apprezza la portata del suo piccolo interlocutore: “II bambino era tutto contento. Porse all’uomo il suo piatto di maiolica con una forchetta d’argento tutta ornata, e l’uomo gli diede la pietanziera colla forchetta di stagno.” Entrambi consumano il pasto scambiato con entusiasmo. 

La scena viene interrotta dalla governante del piccolo, che inorridisce nel vedere il “signorino” mangiare una salsiccia comune e Marcovaldo con le posate d’argento, urlando: “Al ladro!”. Marcovaldo è costretto a fuggire, lasciando a metà la prelibatezza e recuperando la sua pietanziera, che, cadendo, non si chiude più bene. 

Il tentativo effimero di abbattere le barriere di classe attraverso il gusto, come altre avventure del protagonista, finiscono male, ma almeno per un istante, egli accede a una “dignità sensoriale” che gli è negata dalla sua posizione sociale, assaporando un cibo che ha la consistenza della sua immaginazione e della sua speranza. La pietanziera, ormai ammaccata, suggella il definitivo ritorno alla realtà, all’alienazione, ai sapori metallici e a una solitudine senza possibilità di riscatto.

Ed era solo l’inizio: dopo più di sessant’anni dall’uscita del libro, a vedere le pietanziere contemporanee si resta muti. Chissà cosa penserebbe Calvino delle pietanze già pronte e vendute in contenitori di plastica o delle tristi schiscette auto-prodotte e riscaldate nel microonde dell’ufficio!

Calvino ci insegna, però, ieri come oggi, a non rassegnarci ai sapori e ai saperi senza gusto: finché l’uomo sarà capace di distinguere il carattere metallico dell’alienazione dal profumo di una “nuvola” di cervella, ci sarà ancora spazio per una narrazione umana che sia, contemporaneamente, atto di coscienza e ricerca di bellezza e dignità: forse l’ultima bussola rimasta all’individuo per non smarrirsi nel deserto contemporaneo, che non è più solo urbano, ma globale.

a cura di

Alessia Cipolla

Architetto, food designer e storica della tavola, ha fondato nel 2009 La Costruzione del Gusto, un gruppo multidisciplinare che realizza architetture e design per il mondo del gusto e con gusto. Cura e organizza “Note di pranzi - I menu nella storia”, una mostra itinerante che espone una tra le più importanti collezioni private italiane di menu storici.

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