Il jambalaya però non si è cristallizzato, ma anzi ha iniziato un lungo viaggio seguendo le trasformazioni della società della Louisiana, fino ai giorni nostri. Quando i coloni francesi lasciarono New Orleans per le vicine campagne del bayou, attratti dai terreni più ampi e dalle possibilità di coltivazione e allevamento, portarono con sé la ricetta che, adattandosi agli ingredienti locali e alla vita rurale, perse il pomodoro e si scurì: nacque così la Cajun jambalaya, più rustica, più terrosa, figlia delle cucine delle campagne.
In città, invece, la Creole jambalaya mantenne un profilo più elegante, con il pomodoro e la ‘trinity’ di cipolla, sedano e peperone, con una base di spezie più aromatica. Due dialetti della stessa lingua, due modi di affermare un’appartenenza.
In Louisiana, cucinare è sempre stato un gesto politico. La cucina creola nasce dall’incontro, seppur forzato (è bene ricordarlo, per non cadere nell’errore di romanticizzare la storia coloniale europea) tra culture diverse e dal bisogno di far convivere mondi che la storia ha posto uno accanto all’altro. Col tempo di è trasformata in una cucina di sopravvivenza e di orgoglio, che trasforma ingredienti semplici in un linguaggio comune. Nel jambalaya ogni elemento trova il suo spazio: il riso europeo, la salsiccia francese, il peperone americano, le spezie africane. Potrebbe quasi essere definito un piatto inclusivo, che racconta meglio di qualunque discorso cosa significhi vivere in un luogo dove tutto è contaminazione.
Ancora oggi, cucinarlo insieme significa riaffermare quell’identità collettiva. Durante i festival o le grandi riunioni di famiglia, si prepara in pentoloni che possono sfamare decine di persone, spesso all’aperto, mentre qualcuno suona e altri rimestano il contenuto delle casseruole. Ogni mano che entra nella pentola aggiunge una storia. Il jambalaya è un rito di appartenenza, un modo per ricordare che la Louisiana non è mai stata una sola cultura, ma l’intreccio di molte.