Dal Rapporto Ismea–Qualivita 2025, presentato a Roma, emerge un’Italia che continua a crescere, ma che deve imparare a correre in un contesto globale sempre più complesso. C’è un’Italia che non abita negli slogan da fiera né nelle semplificazioni televisive: è l’Italia delle filiere DOP e IGP, quella che lavora tra stalle, cantine, caseifici, frantoi e consorzi, e che oggi restituisce un’immagine nitida di sé. Un’Italia forte, ma anche esposta come non mai alle turbolenze economiche e geopolitiche che attraversano il mondo.
Il Rapporto Ismea–Qualivita 2025, giunto alla sua XXIII edizione, scatta una fotografia dettagliata della Dop economy: un sistema che nel 2024 ha generato 20,7 miliardi di euro di valore alla produzione e ha superato per la prima volta i 12,3 miliardi di euro di export, registrando un incremento dell’8,2% su base annua. Numeri che confermano una salute complessiva solida, ma che non raccontano tutto. Le Indicazioni Geografiche non sono più soltanto certificazioni di qualità: oggi rappresentano leve economiche, territoriali e culturali di importanza strategica. E il contesto internazionale – fatto di tensioni commerciali, dazi, crisi del multilateralismo e nuove potenze emergenti – lo ha capito perfettamente.
Crescita sì, ma dentro una trasformazione profonda
Il rapporto evidenzia un dato solo in apparenza contraddittorio: il numero degli operatori certificati cala del 5,6%, mentre l’occupazione cresce dell’1,6%. È il segnale di una filiera che si sta muovendo, razionalizzando, cambiando pelle. Le filiere del cibo DOP IGP STG superano i 9,6 miliardi di valore, mentre il comparto vitivinicolo certificato resta stabile intorno agli 11 miliardi.
Territorialmente, il Nord continua a trainare, con Lombardia e Friuli-Venezia Giulia in particolare evidenza. Ma anche Sud e Isole segnano un rimbalzo interessante (+3,4%), spinti da comparti chiave come olio, formaggi e ortofrutta certificata.
In GDO gli acquisti di prodotti DOP e IGP crescono ancora (+1,1%): un segnale chiaro di fiducia del consumatore anche in un contesto inflattivo.
Marchi: “Un modello vincente, ma più vulnerabile”
Il direttore generale di Ismea, Sergio Marchi, non usa mezzi termini: “Il sistema delle Indicazioni Geografiche continua a essere un modello vincente, capace di generare valore diffuso, mantenere vive le aree interne e garantire competitività al nostro agroalimentare. Ma siamo in una fase geopolitica delicata: tutele e regole nate in un contesto multilaterale oggi mostrano crepe. Il rischio è un arretramento proprio mentre le nostre IG dipendono sempre più dai mercati esteri”.
Il messaggio è chiaro: meglio essere pronti che stupiti. Gli Stati Uniti spingono per liberalizzare denominazioni ritenute “generiche”; i dazi restano una minaccia; Paesi come Cina e Turchia utilizzano le IG come strumenti di soft power. Non è più una partita solo agricola: è politica industriale, reputazione nazionale, diplomazia commerciale.
Rosati: “Serve visione di lungo periodo, a partire dai territori”
Il direttore generale della Fondazione Qualivita, Mauro Rosati, amplia il quadro: “Le IG sono un asset economico e culturale riconosciuto dall’Europa come bene culturale. Il nuovo regolamento offre strumenti più chiari, ma la sfida è rafforzare il sistema dall’interno: più sostenibilità, più integrazione, più capacità di attrarre giovani. Senza ricambio generazionale e senza competenze nuove, la Dop economy non potrà sostenere il proprio sviluppo”.
Il rapporto conferma una tendenza incoraggiante: le aziende IG sono mediamente più giovani, più formate e più aperte alla multifunzionalità. Ma restano troppo poche rispetto alle necessità del sistema.