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La Dop economy alla prova del mondo che cambia

13/12/2025

La Dop economy alla prova del mondo che cambia

Dal Rapporto Ismea–Qualivita 2025, presentato a Roma, emerge un’Italia che continua a crescere, ma che deve imparare a correre in un contesto globale sempre più complesso. C’è un’Italia che non abita negli slogan da fiera né nelle semplificazioni televisive: è l’Italia delle filiere DOP e IGP, quella che lavora tra stalle, cantine, caseifici, frantoi e consorzi, e che oggi restituisce un’immagine nitida di sé. Un’Italia forte, ma anche esposta come non mai alle turbolenze economiche e geopolitiche che attraversano il mondo.

Il Rapporto Ismea–Qualivita 2025, giunto alla sua XXIII edizione, scatta una fotografia dettagliata della Dop economy: un sistema che nel 2024 ha generato 20,7 miliardi di euro di valore alla produzione e ha superato per la prima volta i 12,3 miliardi di euro di export, registrando un incremento dell’8,2% su base annua. Numeri che confermano una salute complessiva solida, ma che non raccontano tutto. Le Indicazioni Geografiche non sono più soltanto certificazioni di qualità: oggi rappresentano leve economiche, territoriali e culturali di importanza strategica. E il contesto internazionale – fatto di tensioni commerciali, dazi, crisi del multilateralismo e nuove potenze emergenti – lo ha capito perfettamente.

Crescita sì, ma dentro una trasformazione profonda
Il rapporto evidenzia un dato solo in apparenza contraddittorio: il numero degli operatori certificati cala del 5,6%, mentre l’occupazione cresce dell’1,6%. È il segnale di una filiera che si sta muovendo, razionalizzando, cambiando pelle. Le filiere del cibo DOP IGP STG superano i 9,6 miliardi di valore, mentre il comparto vitivinicolo certificato resta stabile intorno agli 11 miliardi.

Territorialmente, il Nord continua a trainare, con Lombardia e Friuli-Venezia Giulia in particolare evidenza. Ma anche Sud e Isole segnano un rimbalzo interessante (+3,4%), spinti da comparti chiave come olio, formaggi e ortofrutta certificata. 

In GDO gli acquisti di prodotti DOP e IGP crescono ancora (+1,1%): un segnale chiaro di fiducia del consumatore anche in un contesto inflattivo.

Marchi: “Un modello vincente, ma più vulnerabile”
Il direttore generale di Ismea, Sergio Marchi, non usa mezzi termini:Il sistema delle Indicazioni Geografiche continua a essere un modello vincente, capace di generare valore diffuso, mantenere vive le aree interne e garantire competitività al nostro agroalimentare. Ma siamo in una fase geopolitica delicata: tutele e regole nate in un contesto multilaterale oggi mostrano crepe. Il rischio è un arretramento proprio mentre le nostre IG dipendono sempre più dai mercati esteri”.

Il messaggio è chiaro: meglio essere pronti che stupiti. Gli Stati Uniti spingono per liberalizzare denominazioni ritenute “generiche”; i dazi restano una minaccia; Paesi come Cina e Turchia utilizzano le IG come strumenti di soft power. Non è più una partita solo agricola: è politica industriale, reputazione nazionale, diplomazia commerciale.

Rosati: “Serve visione di lungo periodo, a partire dai territori”

Il direttore generale della Fondazione Qualivita, Mauro Rosati, amplia il quadro: “Le IG sono un asset economico e culturale riconosciuto dall’Europa come bene culturale. Il nuovo regolamento offre strumenti più chiari, ma la sfida è rafforzare il sistema dall’interno: più sostenibilità, più integrazione, più capacità di attrarre giovani. Senza ricambio generazionale e senza competenze nuove, la Dop economy non potrà sostenere il proprio sviluppo”.

Il rapporto conferma una tendenza incoraggiante: le aziende IG sono mediamente più giovani, più formate e più aperte alla multifunzionalità. Ma restano troppo poche rispetto alle necessità del sistema.

La Dop economy alla prova del mondo che cambia

Una nuova geografia della qualità

Il 2025 ha portato nuovi riconoscimenti importanti: Olive Taggiasche Liguri IGP, Fragola della Basilicata IGP, Carne Salada del Trentino IGP, Cirò Classico DOP, Casauria DOP, Ratafia Ciociara IG. Sono tasselli di un mosaico in evoluzione, con segnali significativi come il ritorno produttivo della “taggiasca” e il rilancio territoriale del giandujotto torinese. L’ortofrutta certificata, pur con 128 IG, genera solo il 6% del valore complessivo: qui si giocherà una partita decisiva nei prossimi anni.

Il nodo del ricambio generazionale: l’urgenza che non si può ignorare

C’è un punto che il rapporto tocca solo in parte, ma che merita una riflessione più profonda: chi guiderà la Dop economy nei prossimi dieci o quindici anni? L’età media degli agricoltori italiani continua a salire, e le filiere certificate non fanno eccezione. Eppure proprio qui si trovano alcune delle realtà più dinamiche, tecnologicamente avanzate e capaci di generare valore aggiunto.

Le poche aziende IG guidate da giovani mostrano modelli nuovi: agricoltura di precisione, marketing digitale, percorsi didattici, esperienze immersive nei caseifici e nelle cantine. È la dimostrazione che l’innovazione non è un accessorio, ma una condizione di sopravvivenza. Senza nuova linfa, la Dop economy rischia di diventare un gigante con i piedi d’argilla.

Prospettive: dove può andare la Dop economy nei prossimi dieci anni?

  1. Più export, con nuovi equilibri geopolitici. Gli accordi bilaterali, come quello con il Mercosur, saranno decisivi.
  2. Più sostenibilità reale. Il nuovo regolamento UE impone standard più elevati: un vincolo che può diventare vantaggio competitivo.
  3. Più materie prime italiane. Le IG crescono, l’agricoltura di base arretra: un rischio strutturale.
  4. Più giovani e più tecnologia. Senza ricambio generazionale, la crescita stessa diventa il suo limite.
  5. Una strategia culturale nazionale per la Cucina Italiana UNESCO. Una leva decisiva per collegare prodotti certificati, ristorazione italiana e turismo gastronomico.


Conclusione: un patrimonio da difendere

La Dop economy italiana è un gigante gentile: crea valore, dà lavoro, sostiene territori che altrimenti si spegnerebbero e rappresenta l’Italia nel mondo con un’autorevolezza unica. Ma è anche un gigante vulnerabile. Le tensioni globali, la concorrenza internazionale e il calo della produzione agricola chiedono una strategia più robusta, più ambiziosa, più consapevole.

Il rapporto lo ricorda con lucidità: non basta avere 897 IG. Bisogna proteggerle, raccontarle e farle crescere. Il futuro non è garantito. Ma, se ben governata, la Dop economy resta uno dei terreni più fertili su cui l’Italia può investire. E vincere.

a cura di

Ilenia Martinotti

Nel marketing e comunicazione digitale con un cuore che batte per il cibo! Curiosa di natura, sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare e sapori da scoprire.
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