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La famiglia Barbieri

La famiglia Barbieri

Il 30 agosto 1960 il papà di Vincenzo (Enzo) Barbieri, piccolo impresario edile di Altomonte (CS), prese per mano Enzo, lo portò sulla collina di fronte al paese e gli disse: “Affacciati qui, gioia di papà. Ti faccio vedere dove nascerà l’albergo più bello di tutta la Calabria”.

Comincia così la bella conversazione con Enzo Barbieri. Allora aveva sette anni e, quello stesso giorno, nasceva la sua sorellina Mariangela, oggi scrittrice e insegnante al liceo Classico di Ferrara. Quel ricordo è scaturito dalla mia curiosità di capire come poteva esistere un albergo negli anni ’60 ad Altomonte, un borgo medievale che oggi è nel club dei Borghi più belli d’Italia, è Città Slow, è Città del Pane ed è frequentatissimo da un turismo colto. Ma nei primi anni ’60 era uno dei mille paesi del sud isolati, chiusi nelle loro tradizioni, non collegati con alcuna via di grande percorrenza. Eppure Italo Barbieri, quinta elementare ma una grande passione per la storia e per le lingue, conosceva latino, tedesco, inglese e, soprattutto, aveva le chiavi della chiesa di Santa Maria della Consolazione, una chiesa del 1300, che la sua impresa doveva restaurare.

Ogni volta che arrivava uno studioso la Soprintendenza chiedeva a Italo di accompagnarlo a vedere le opere ivi custodite.

“Fu da quegli episodi che gli venne in mente l’idea dell’hotel. Se vengono così tante persone per vederla ancora in fase di restauro, chissà quando verrà aperta al pubblico” pensò.

Enzo, però, non aveva la minima intenzione, né di portare avanti l’impresa edile né di fare l’albergatore. Appena raggiunta l’età per le superiori andò a Ferrara a studiare, ospite della nonna Maria, con l’intenzione di non tornare ad Altomonte. A Ferrara conobbe Patrizia, che diventò sua moglie; aveva gli amici; voleva trovare lì un lavoro, una volta terminata l’università. Intanto l’albergo era stato messo in piedi e prosperava, grazie alla determinazione di Italo che, purtroppo, morì giovanissimo, a 46 anni, d’infarto.

Zafarani cruschiZafarani cruschi

“A Ferrara, mentre studiavo, lavoravo anche nel ristorante di mia nonna: Eden, si chiamava. Era un’autentica scuola di vita e fu lì che mi raggiunse la brutta notizia. Era il 27 novembre 1974. Partii e restai qualche settimana perché il lavoro nell’hotel stava esplodendo, grazie alla costruzione di un ospedale a Lungro, a pochi chilometri, dove non c’era neppure un albergo per ospitare le numerose maestranze. Mia moglie Patrizia, quando ci sposammo, giovanissimi, mi aveva fatto giurare che non saremmo mai venuti ad abitare ad Altomonte. Le telefonai, chiedendole di raggiungermi per qualche tempo. Non siamo più tornati a Ferrara e lei ha pianto per tre anni ma è stata con me. È stata ed è ancora la mia fortuna avere avuto lei come moglie!

Patrizia aveva imparato a cucinare all’Eden, per stare vicino a Enzo e anche questa è stata una fortuna che, unita alla loro cordialità e gentilezza ha fatto dell’Hotel Barbieri di Altomonte un preciso punto di riferimento per chiunque voglia scoprire questa straordinaria regione.

La famiglia Barbieri
La famiglia Barbieri

L’hotel Barbieri oggi è davvero diventato uno degli alberghi più famosi della Calabria, realizzando il sogno di tuo padre ma, con la tua gestione altre cose si sono affiancate al Barbieri. Ad esempio l’antico Palazzo dei Giacobini ora è di vostra proprietà. Un raffinato edificio di fine ‘800, carico di fascino e cultura, che fu originariamente abitato dagli agenti feudali dei Sanseverino. Per cosa lo utilizzate?

“Palazzo Giacobini era nato ai primi dell’Ottocento come fabbrica di liquori dei fratelli Ciro e Luigi Giacobini che provenivano da Napoli. Producevano liquori per il mondo intero e nel museo che esiste ad Altomonte sono esposte migliaia di etichette coloratissime e le centinaia di premi che vinsero, furono fornitori ufficiali della Martini a cui vendevano uve particolari per il loro vermouth. Dopo di loro un certo Moliterno acquistò l’azienda, affiancando una fabbrica di bevande e bibite. Nel Palazzo aveva aperto un circolo dopolavoristico dove si andava a giocare a carte e ho un ricordo molto bello di me bambino che va con lui. Negli anni ’50 il palazzo fu ceduto a un commerciante di stoffe che aveva la particolarità di far entrare un cliente per volta, fino agli anni ’80 quando comprammo il palazzo per farci eventi. Con questa struttura, per vent’anni, siamo stati i leader assoluti degli eventi in Calabria. Quando aprii, per la prima volta, ospitai una mostra di Luigi Rincicotti, artista famoso vincitore della Triennale di Milano e della Biennale di Venezia. Stavano talmente bene quei quadri che decisi di non sostituirli con null’altro, pagando, a quel tempo, con decine di assegni. Adesso lo utilizziamo ancora per bei ricevimenti quando il Barbieri è tutto occupato ma l’idea è creare la prima scuola di cucina di alta qualità della Calabria”.

E la Cantina Barbieri dov’è e cosa fa?

“La Cantina Barbieri è nata per valorizzare uno degli angoli più belli di Altomonte. Conteneva le migliori etichette nazionali e locali. Per un paio d’anni ha funzionato molto bene anche perché la utilizzavo anche come piccola trattoria tradizionale. Ora la usiamo per cene particolari come quella di poche settimane fa degli inglesi. Inglesi che vengono ogni anno ad Altomonte per conoscere l’arte bizantina e la cultura arbëreshë, una cultura antica originaria dei primi albanesi arrivati qui nel XV secolo per sfuggire alle invasioni ottomane. Sono vent’anni che lavoro con loro e l’agenzia di viaggio mi ha detto che la sosta italiana più bella è quella dai Barbieri. Mio figlio li porta in giro per Altomonte con il calessino, tra i vicoli e le piazzette”.

 

Ultima cosa tra le tue invenzioni. La DOB, Denominazione d’origine Barbieri. Questa quando l’hai pensata?

“Alcuni miei amici, vedendo il mio tunnel dove si cruscano i peperoni, li hanno denominati DoB, perché, mi dissero, li fai solo tu così buoni e particolari. Vorrei far comparire la DoB sulle etichette della portulaca, dei carciofini selvatici, della confettura di percocche e di tutti i prodotti che produciamo solo noi. Anche perché ci vuole tanta tempra e passione per fare queste cose che valorizzarle al massimo è solo soddisfazione”.

Alici e cipollaAlici e cipolla

E qui veniamo alla Bottega Barbieri, all’interno dell’hotel…

“La Bottega è nata per rispondere alle richieste degli ospiti. A tavola, quando facciamo assaggiare il nostro olio, ne vorrebbero sempre comprare qualche bottiglia. Il problema è che noi lo avevamo solo in confezioni da cinque litri, così come per le conserve. Un giorno mi decisi e feci imbottigliare una parte di olio e inscatolare una parte di conserve in confezioni più piccole e cominciai a venderle agli ospiti prima della partenza. Poi dissi a mia moglie, ma perché non sistemiamo quella stanza che oggi funge da magazzino. Detto, fatto. Oggi la Bottega Barbieri ha in vendita i 160 prodotti che faccio, prevalentemente, con il nostro orto, sono piccoli diamanti gastronomici e nessun ospite lascia l’hotel senza prima fare un giro in Bottega. Inoltre ho cominciato a commercializzarli in alcune boutique gastronomiche in giro per l’Italia”.

 

Parlando di prodotti la Calabria ne ha di straordinari che, finora, sono rimasti un po’ troppo dentro ai confini: tu, da molto tempo, hai fatto esattamente il contrario e ci sei riuscito. Come è oggi la situazione?

“Sta migliorando notevolmente perché, per fortuna, ci sono vari Barbieri, oggi, in giro per la Calabria. Sicuramente il prodotto che identifica maggiormente la Calabria è la ‘nduja. È la prima cosa che mi chiedono quando partecipo agli eventi in giro per il mondo. Un’altra cosa che mi chiedono è la Rosa Marina, la neonata di pesce azzurro. A ruota segue la cipolla di Tropea, la patata Silana che noi valorizziamo tantissimo. Poi la nicchia dei nostri prodotti come la Portulaca; i carciofini selvatici, faticosissimi ma di grande soddisfazione; i fichi dottati caramellati per cui le persone impazziscono; per finire le conserve in olio extravergine, dove il prodotto, che siano zucchine o melanzane o qualsiasi altra cosa sono raccolte da me e trasformate da me. Non è roba in salamoia. Noi dobbiamo puntare sul piccolo laboratorio artigianale su cui dobbiamo insistere. Questa è la strada da percorrere per far emergere il nostro territorio. L’olio extravergine della Calabria è un prodotto coscienzioso; i vini della Calabria, anche se in grande ritardo, adesso si stanno affermando a livello internazionale. Se poi c’è una cosa che mi fa arrabbiare è che ci siamo vergognati per troppo tempo delle nostre produzioni: il peperone crusco come i lampascioni ci sono, da sempre, anche qui, eppure nessuno lo sa e si sono affermati in Basilicata e in Puglia. Sul peperone abbiamo posto rimedio creando la Confraternita dei Zafarani Cruschi del Pollino (zafarano è il termine calabrese per indicare il peperone). Mio figlio Michele ne è il direttore e abbiamo circa 600 confratelli.
Sai quale è il frutto ufficiale nei ristoranti calabresi? L’ananas, nella terra dei buonissimi fichi d’India; lo dico con grande dispiacere. Io ho fatto, anni fa, una proposta all’ente pubblico: compriamo una fabbrica dismessa a Milano, ristrutturiamo e la rendiamo il luogo dove si trovano e si comprano tutti i prodotti made in Calabria originali. Non se ne è fatto nulla però continuo ad essere ottimista!”

La famiglia Barbieri è stata tra le prime a parlare di stagionalità ed eco-sostenibilità, immaginando e realizzando sin dai primi anni ‘70 un modello diverso di ristorazione e di accoglienza, puntando sul marketing territoriale, perché non diventa azione collettiva?

“Per i motivi che ho detto poc’anzi anche se qualcosa sta cambiando dai tempi in cui Veronelli scriveva che “da Barbieri si mangia da Dio, peccato che abbia solo una carta dei vini calabresi”. Questo succedeva cinquant’anni fa e io, a quel tempo, ero il primo crociato contro il Mateus portoghese che impazzava in Italia. Piano piano li ho sconfitti tutti e la mia carta dei vini calabresi è ora motivo di grande orgoglio e di qualità del nostro ristorante. Uno degli esempi di maggior successo è il nostro olio che viene venduto all’estero a 60 euro a bottiglia. Il marketing va insegnato, non si improvvisa, però alcune cose le ho dentro grazie agli insegnamenti di mia nonna Maria che, a Ferrara utilizzava tutte le strategie di marketing dell’accoglienza in maniera spontanea e naturale”.

 

Quanto conta la gestione familiare nell’attività ristorativa oggi?

“È fondamentale! Di mia moglie ti ho detto, senza di lei, del suo supporto, della sua bravura come cuoca, madre, moglie, non sarei quello che sono e il nostro lavoro non avrebbe portato ad essere riconosciuto in termini di valore. Poi ho tre figli straordinari che, però, ho dovuto crescere come mia nonna ha fatto con me: facendogli assaporare la vita dell’hotel e del ristorante giocando. Diversamente non sarebbero così. Michele in sala è semplicemente straordinario, la sua capacità di racconto dei piatti, dei prodotti, di Altomonte è una garanzia per il nostro ristorante. Alessandra è l’interprete perfetta di una delle principali doti di un albergatore e di una sala di ristorante: non farsi distrarre da nessuno e avere sempre un sorriso per tutti senza fare preferenze di alcun tipo. Laura, la più piccola (per modo di dire piccola ndr), è il mio alter ego in cucina. Lei riesce a gestire catering di mille persone come le cene più intime al ristorante senza mai sbagliare un colpo. Avere una compagnia come questa ti permette, partendo da Altomonte di arrivare alle stelle”.

a cura di

Luigi Franchi

La passione per la ristorazione è avvenuta facendo il fotografo nei primi anni ’90. Lì conobbe ed ebbe la stima di Gino Veronelli, Franco Colombani e Antonio Santini. Quella stima lo ha accompagnato nel percorso per diventare giornalista e direttore di sala&cucina, magazine di accoglienza e ristorazione.
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