I paradossi di questo Paese
È su questi dati che si innesta un’Italia divisa e divisiva, senza qualcuno - un’istituzione, la politica, la società stessa nelle sue varie forme – che sappia raccontarla per riportare alla luce i valori che, comunque, esistono nel Paese. Valori e persone che rappresentano, forse, la maggioranza silenziosa: quella che fa dell’Italia la nazione dove esiste la più diffusa forma di volontariato sociale, quello stesso che cozza contro un Paese dove a far sentire la propria voce sono solo quelli che urlano contro i neri, gli extracomunitari che ci invadono – 110.000 contro 60 milioni, non facciamo ridere i polli per favore – senza tener conto di un dato inoppugnabile: siamo ancora un Paese artigianale sotto molti aspetti, dove il lavoro richiede molta manualità che si riesce a risolvere proprio grazie a questi derelitti che scappano da miseria, violenza e morte.
Come si può urlare contro persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, affrontano veri e propri viaggi della morte per raggiungere un continente – l’Europa – dove, per fortuna, si vive ancora bene nella maggior parte delle sue nazioni?
“Emerge il massificarsi di una ritrazione silenziosa dalla partecipazione ad ambiti costitutivi del vivere civile. Un esempio paradigmatico è il grado di partecipazione al momento supremo della vita democratica, cioè il voto elettorale. Alle ultime elezioni politiche del 25 settembre 2022 il primo partito è stato di gran lunga quello dei non votanti, composto da astenuti, schede bianche e nulle, che ha segnato un record nella storia repubblicana: quasi 18 milioni di persone, pari al 39% degli aventi diritto. In 12 province i non votanti hanno superato il 50%. Tra le elezioni politiche del 2006 e quelle del 2022 i non votanti sono più che raddoppiati (+102,6%), e tra il 2018 e il 2022 sono aumentati del 31,2% (quasi 4,3 milioni in più)… L’84,5% degli italiani ‒ di più i laureati (89,2%) e i giovani (87,8%) ‒ si è ormai convinto che vada presa seriamente in considerazione la possibilità che anche eventi geograficamente lontani possano cambiare improvvisamente e radicalmente la propria quotidianità, sconvolgendo i propri destini. Ci introduciamo in una nuova età dei rischi, in cui è finito quello “sciopero degli eventi” che a lungo aveva persuaso le nostre società mature di essere definitivamente al riparo da catastrofi o da situazioni di emergenza estrema. I principali rischi globali in grado di condizionare le vite nel futuro prossimo sono: le guerre per il 46,2% degli italiani, per il 45,0% le crisi economiche, per il 37,7% i virus e le nuove minacce biologiche alla salute, per il 26,6% le instabilità dei mercati globali (dalla scarsità delle materie prime al boom dei prezzi dell’energia), per il 24,5% gli eventi atmosferici catastrofici, con temperature torride e precipitazioni intense, per il 9,4% gli attacchi informatici su vasta scala (tab. 5). Così, il 66,5% degli italiani (oltre 10 punti percentuali in più rispetto al 2019 pre-Covid), dopo gli eventi che hanno stravolto il quotidiano, si sente insicuro pensando al futuro proprio e della propria famiglia: due italiani su tre sono pervasi dall’insicurezza”.
È sempre una parte del 56° Rapporto Censis a descrivere l’Italia attuale, ma anche lo scenario futuro, come sostiene Giuseppe De Rita nella presentazione: “L'essere umano che oggi ha un'età tra gli 8 e gli 11 anni si trova in uno stato di latenza ma non è indifferente. All'improvviso viene attratto dal sesso, si innamora, trova le energie che pensa gli servano a cambiare il mondo. Ecco, l'Italia non resterà "bambina" per sempre ma, nella sua lenta crescita, ha bisogno di regole certe”.