Quando c’è tutto non servono elenchi puntati
Dopo aver mangiato scopro che in cucina c’è Alberto, affiancato da Leonardo; che Stefania è la compagna di Alberto e la signora della pasta, Graziella, è sua madre.
“Ci siamo trasferiti qui da tre anni. Ci piaceva questo luogo. Prima gestivamo un’altra trattoria con le stesse caratteristiche, proponevamo anche lì piatti della una cucina toscana. Per noi la tradizione è una linea fondamentale, come lo sono i prodotti di stagione e le materie prime locali. Non è una forzatura… è che ci piace”.
Alberto mette in fila parole che siamo abituati a leggere ma che diventano preziose quando assumono una tridimensionalità, ovvero quando raccontano una situazione reale, tangibile, armonica e piacevole. Come, d’altronde, lo è la sua trattoria.
“Per noi il servizio deve far sentire le persone a casa e il cibo deve essere semplice e comprensibile. Non significa non modernizzare nulla ma tutelare e, se necessario, apportare degli accorgimenti”.
Scopro che Alberto è autodidatta, svolge questo mestiere da vent’anni ed ha una fonte di ispirazione speciale, a cui ha aggiunto esperienze personali e tanti buoni momenti a tavola.
“Mi sono sempre portato la mamma dietro!” aggiunge ridendo. “Da lei ho imparato molto. Come ho imparato andando ‘aggiro’, frequentando tante tipologie di ristoranti, dallo stellato all’osteria”.
Ci conferma che quel luogo è il loro, nel senso che lo sentono loro. Ma non c’era neanche bisogno di specificarlo. E che tengono molto anche ai vini, preferendo soprattutto le etichette toscane.
È compiaciuto per il riconoscimento della Guida Slow Food - che quest’anno gli ha assegnato la chiocciola - ma è anche essenziale quando si tratta di mettere in mostra dei meriti.
Gli chiediamo come giungano qui le persone. La risposta, in realtà, potevamo intuirla.
“Da quel che so io principalmente con il passaparola o perché sono di passaggio. Anche i social sono uno strumento utile se lo si usa bene. Ma ecco, principalmente arrivano tramite altre vie che non hanno a che fare con il telefono”.
C’è un dettaglio che non abbiamo ancora svelato: il profilo di chi si siede a tavola.
Dei signori, nel tavolo dietro al mio, erano vestiti di tutto punto, probabilmente reduci da una cerimonia. Un groppone di ragazzi era finito lì per concedersi una bella mangiata in compagnia, mentre una giovane famiglia emanava ilarità. La sottoscritta, infine, era tutto fuorché in una condizione d’abbigliamento premeditata per un’uscita al ristorante.
“Quando ci siamo trasferiti qui pensavamo che il pubblico sarebbe stato prevalentemente ‘maturo’, nel senso appartenente a generazioni adulte o anziane, considerando il nostro stile di cucina. Ma non è così: è una mescolanza di presenze varie e c’è un bellissimo scambio intergenerazionale. È bello perché esiste anche tra le persone che lavorano con noi”.
Non abbiamo stilato una lista di valori, modi e requisiti che definiscono cosa sia, e cosa non sia, una trattoria. Siamo certi, però, che dentro a questo racconto la riconoscerete e vi riconoscerete. C’è tutto: la familiarità, l’accessibilità, l’aria leggera, il cibo che prende per la gola e infine il rispetto dei gesti e delle persone.