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L’aspettativa che condiziona il piacere

07/12/2023

L’aspettativa che condiziona il piacere

In questo mese così intenso nel calendario della ristorazione italiana - tra guide, premi ai migliori di categoria, social che trasbordano di felicitazioni, scatti di gruppo, esternazioni di soddisfazione, ma anche enormi delusioni, rabbia, sfiducia, eccessi, competizioni insane  - ho preso del tempo per riflettere sulle aspettative che si addensano appena fuori dai nostri ristoranti. 

Ho provato a collocarmi proprio lì, in quello spazio allocato poco prima dell’ingresso, che un tempo era fisico e invece ora è sempre più virtuale. Uno spazio che dovrebbe essere intriso di curiosità e desiderio e che invece oggi è spesso caratterizzato dalla prematura conoscenza dei contenuti - il colore delle pareti, il nome di chi ci lavora, il pensiero da cui è nato il piatto più rappresentativo, l’abbinamento ardito in quella pietanza. 

Una responsabilità condivisa

La raccolta di informazioni sul web, sui social, sulle guide, genera un’overdose di congetture che condizionano il nostro approccio alla ristorazione, qualunque sia la tipologia di locale e di esperienza che ci accingiamo a vivere. È per questo che va gestita sia da parte del ristoratore, sia da parte del cliente, in modo intelligente. Le aspettative possono bruciare davvero tante opportunità… ma in pochissimi sembrano rendersene conto. 

Ho messo in fila qualche spunto a cui spero possano fare seguito utili confronti sia con chi lavora nel settore, sia con chi lo vive da cliente.

L’aspettativa che condiziona il piacere

Noi come clienti

Ho voluto tirarci dentro tutti, compresa la sottoscritta e i membri della redazione perché oggi il desiderio di anticipare l’esperienza, di sapere già prima cosa contraddistingue un locale in cui non siamo mai stati, è un fenomeno collettivo che può assumere connotati dannosi. 

Intanto, dobbiamo essere consapevoli: se prima di andare al ristorante ci documentiamo dai profili social o dalle tante (e non sempre affidabili) piattaforme di recensioni, l’esperienza che ci apprestiamo a vivere è già in parte condizionata. 

Se leggiamo pareri, analizziamo chirurgicamente le immagini, o siamo fomentati dai commenti della nostra cerchia di contatti… dobbiamo essere consci che al ristorante non ci stiamo andando vergini. Ci stiamo andando con un’idea plasmata, con un occhio mezzo chiuso e le papille gustative arricciate. Il rischio che corriamo, se ci lasciamo sopraffare da questi stimoli, è di non poter vivere un’esperienza in modo integrale, pieno, come dovrebbe essere. 

Rischiamo di presentarci davanti a quell’insegna con l’asticella altissima e di uscirne, con tutta probabilità, insoddisfatti perché non abbiamo colto da noi il senso e i motivi di quel luogo. 

Capita di essere talmente concentrati a confermare le aspettative, o a smentirle, che ci si perde per strada quello che dovrebbe essere il piacere primo del mangiare fuori casa in epoca contemporanea: l’esperienza libera dei sensi.

 

Voi come ristoratori

La responsabilità sulle aspettative con cui il cliente arriva nel vostro locale è anche vostra. 

C’è una sostanziale differenza tra il veicolare informazioni utili, invogliare i clienti con una bella foto, pubblicare un menu accattivante sul sito… e l’alimentare un hype spropositato. 

C’è un linguaggio che va dosato. Oggi, in cui il tempo ‘social’ è più veloce della luce, la misura non vi serve solo nella bilancia. 

Vi serve per attirare con coscienza. Per dare il tempo alle persone di scoprirvi e conoscervi senza che sappiano già tutto, o quasi tutto, ancora prima di essersi accomodati nella sala del vostro locale.

Mentre scrivo penso, inevitabilmente, anche al sistema influencer (non saprei come altro definirlo) da cui volontariamente o involontariamente alcuni ristoratori attingono

Il mio feed ospita quotidianamente molti volti che elargiscono giudizi; a volte paragonando la propria esperienza a quella di altri influencer, a volte cercando inadempienze dei locali anche dove non ci sono, altre volte esaltando cuochi e piatti in modo sconsiderato, mischiando il parere soggettivo al dato effettivo. Per non parlare del confondere l’amicizia con l’essere clienti che è una dinamica talmente diffusa da sembrare normalità.

In questa esternazione trovo quasi sempre mere espressioni personali volte a conquistare audience e follower; trovo l’interesse a far crescere il proprio business o la propria riconoscibilità, non l’intenzione di fare il bene della ristorazione. 

Quel che è peggio è che queste figure sembrano ignorare il peso di un commento su un’attività fatta di persone, progetti, investimenti economici, fatiche, scelte di vita.

Alcuni ristoratori si rivolgono a queste persone per promuoversi o lasciano loro la libertà di appropriarsi di uno spazio proprio. Vi chiedo: qual è il tornaconto? È davvero misurabile in termini di prenotazioni e fedeltà alla vostra insegna? Avete provato ad andare in profondità sulle competenze e conoscenze di chi si arroga il diritto di raccontarvi? 

Non intendo generalizzare: qualcuno che ne sa c’è, e di indicazioni valide può offrirne, ma non è la regola. L’autorevolezza, lo studio, la cultura, l’esperienza, non possono essere soppiantati dalla notorietà e dal numero di follower di queste persone. È giusto che lo si dica!

C’è una spettacolarizzazione, sui social, più gravosa di quanto non sia avvenuto finora nei concorsi e nei programmi televisivi. E ci siamo tutti dentro, quasi tutti! Non confondiamo la comunicazione con l’esaltazione e la demolizione

Questo settore ha bisogno di personalità, sincerità, originalità… non di omologazione e non di una sconsiderata mole di aspettative!

a cura di

Giulia Zampieri

Giornalista, di origini padovane ma di radici mai definite, fa parte del team di sala&cucina sin dalle prime battute. Ama scrivere di territori e persone, oltre che di cucina e vini. Si dedica alle discipline digitali, al viaggio e collabora con alcune guide di settore.
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