Noi come clienti
Ho voluto tirarci dentro tutti, compresa la sottoscritta e i membri della redazione perché oggi il desiderio di anticipare l’esperienza, di sapere già prima cosa contraddistingue un locale in cui non siamo mai stati, è un fenomeno collettivo che può assumere connotati dannosi.
Intanto, dobbiamo essere consapevoli: se prima di andare al ristorante ci documentiamo dai profili social o dalle tante (e non sempre affidabili) piattaforme di recensioni, l’esperienza che ci apprestiamo a vivere è già in parte condizionata.
Se leggiamo pareri, analizziamo chirurgicamente le immagini, o siamo fomentati dai commenti della nostra cerchia di contatti… dobbiamo essere consci che al ristorante non ci stiamo andando vergini. Ci stiamo andando con un’idea plasmata, con un occhio mezzo chiuso e le papille gustative arricciate. Il rischio che corriamo, se ci lasciamo sopraffare da questi stimoli, è di non poter vivere un’esperienza in modo integrale, pieno, come dovrebbe essere.
Rischiamo di presentarci davanti a quell’insegna con l’asticella altissima e di uscirne, con tutta probabilità, insoddisfatti perché non abbiamo colto da noi il senso e i motivi di quel luogo.
Capita di essere talmente concentrati a confermare le aspettative, o a smentirle, che ci si perde per strada quello che dovrebbe essere il piacere primo del mangiare fuori casa in epoca contemporanea: l’esperienza libera dei sensi.
Voi come ristoratori
La responsabilità sulle aspettative con cui il cliente arriva nel vostro locale è anche vostra.
C’è una sostanziale differenza tra il veicolare informazioni utili, invogliare i clienti con una bella foto, pubblicare un menu accattivante sul sito… e l’alimentare un hype spropositato.
C’è un linguaggio che va dosato. Oggi, in cui il tempo ‘social’ è più veloce della luce, la misura non vi serve solo nella bilancia.
Vi serve per attirare con coscienza. Per dare il tempo alle persone di scoprirvi e conoscervi senza che sappiano già tutto, o quasi tutto, ancora prima di essersi accomodati nella sala del vostro locale.
Mentre scrivo penso, inevitabilmente, anche al sistema influencer (non saprei come altro definirlo) da cui volontariamente o involontariamente alcuni ristoratori attingono.
Il mio feed ospita quotidianamente molti volti che elargiscono giudizi; a volte paragonando la propria esperienza a quella di altri influencer, a volte cercando inadempienze dei locali anche dove non ci sono, altre volte esaltando cuochi e piatti in modo sconsiderato, mischiando il parere soggettivo al dato effettivo. Per non parlare del confondere l’amicizia con l’essere clienti che è una dinamica talmente diffusa da sembrare normalità.
In questa esternazione trovo quasi sempre mere espressioni personali volte a conquistare audience e follower; trovo l’interesse a far crescere il proprio business o la propria riconoscibilità, non l’intenzione di fare il bene della ristorazione.
Quel che è peggio è che queste figure sembrano ignorare il peso di un commento su un’attività fatta di persone, progetti, investimenti economici, fatiche, scelte di vita.