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Laura Cugini

Laura Cugini

Più di uno sguardo su ciò che è fuori e un pensiero positivo sul collettivo

Noi italiani abbiamo un brutto vizio: ci sentiamo al centro. Pensiamo che collocarci nel planisfero, per una persona che vive in Sud America o in Asia, sia immediato. E che le nostre consuetudini alimentari, le nostre città e regioni, i nostri vini, siano globalmente riconosciuti. Invece, non appena mettiamo fuori il naso, finiamo per capire molte cose. È anche su questa trama che si è snodata la nostra conversazione con Laura Cugini, enologa e produttrice di Gussago (BS), in Franciacorta.

Andata e ritorno

Per una parte della sua vita Laura Cugini ha girato. Dopo la Laurea in Enologia a Conegliano la bussola è stata sollecitata - per lavoro, formazione e diletto - a cominciare dall’esperienza in un’azienda vitivinicola in Nuova Zelanda nel 2010. Fino al 2020 si è occupata principalmente di consulenza enologica, ma è entrata anche nell’ambito della distribuzione e del marketing. Prima di parlare di questo, però, mette le mani avanti.
“Se devo dirla tutta non mi sono affacciata al mondo del vino per questioni di famiglia o per vocazione. Sono cresciuta a contatto con la natura, in Val Trompia, e avevo capito che nella mia vita non sarei stata davanti a un pc. Poi, progressivamente, quella per il vino è diventata un’ossessione!” scherza mentre ci introduce ad uno dei suoi vigneti, distribuito su 150 metri di dislivello, da cui si scorge il centro di Gussago, in Franciacorta. Qui il sole si posa nelle ore più calde e c’è un ottimo ricircolo d’aria.
“Stando fuori ho capito quali sono i valori che non riusciamo a veicolare e gli spazi che non riusciamo a tutelare. In certe zone, penso alla Valtellina, alla Liguria, ma anche a questo ed altri vigneti della zona, il lavoro in vigna è complesso, le rese sono basse, le fatiche maggiori. A differenza dei francesi, che hanno lavorato bene con i Cru, non siamo riusciti a valorizzare certe specificità territoriali. Siamo molto indietro sulla consapevolezza delle persone rispetto ai luoghi da cui nascono certi vini e all’impegno che richiedono certi territori”. 

Guardando un po’ oltre il confine del vigneto, parlando sempre di territorio, aggiunge: “C’è un forte stato di abbandono in molte aree, soprattutto collinari e montane. Alcune attività come la viticoltura - fatta in un certo modo, naturalmente, non intensiva - o la pastorizia, contribuiscono al mantenimento di questi territori. Se ne parla pochissimo ma è un valore che entra nella bottiglia e c’è bisogno di gente che si prenda cura della terra. Possiamo anche proclamarci ambientalisti stando seduti in ufficio in una grande città come Milano ma poi sono l’informazione, l’approfondimento e le scelte di ciò che acquistiamo o la vita che conduciamo a fare differenza”.

Laura Cugini

Il collettivo come dovrebbe essere

Nel 2017 Laura avvia un progetto proprio qui, a Gussago, con Stefano Corti.

“Siamo partiti con un capitale sociale davvero irrisorio. Ancora oggi, e probabilmente per sempre, l’azienda lavorerà solo con vigneti in affitto, nulla di proprietà. L’idea che ci ha mosso era vivere una vita diversa e mettere in atto le idee che entrambi avevamo coltivato, se pur con esperienze diverse. C’era entusiasmo e voglia di ‘bellezza’ ma ci siamo anche subito scontrati con una realtà: avere un’idea e avere un’azienda, in questo Paese, non sono sempre proiezioni allineate. C’è tutto un corredo di attività che spesso sono fuori dal nostro controllo e che possono scoraggiare l’intenzione. Devo sottolineare, rimarcare, che c’è stato un aiuto sorprendente da parte dei nostri colleghi, viticoltori in Franciacorta”.
Siamo sorpresi anche noi. Quando si racconta una storia d’impresa generalmente si fa leva sulle proprie fatiche e raramente viene dato peso al contributo esterno. A volte perché stona rispetto alla narrativa del successo ottenuto solo grazie a sé, altre perché l’aiuto non arriva proprio.
“Abbiamo trovato solidarietà, confronto e sostegno da molti membri del Consorzio Franciacorta. È un collettivo costituito da molti giovani e in cui, sicuramente, non sussistono dinamiche e gerarchie ereditate dal passato. Penso che il senso di stare dentro a un consorzio, ad un gruppo, dovrebbe essere soprattutto etico e umano. È una questione di reciprocità e collaborazione, non di soli interessi economici”.
Il pensiero di Laura, anche quando si parla di collettivo, torna al territorio: “Se arrivi dall’altra parte del mondo con una bottiglia, poi, è più facile raccontare un territorio che non un singolo produttore. È una questione di efficacia della comunicazione. Però non possiamo avere idea di come sia giusto raccontarsi se non andiamo a capire come funziona o se manca coesione nel territorio. Rientrando a casa ho capito questo, ma ho anche cominciato a vedere le persone e i nostri meravigliosi luoghi con occhi diversi. La nostra missione dovrebbe essere raccontare una Franciacorta che non è fatta solo di distese di vigneti ma è un territorio pieno di bellezze e diversità, paesaggisticamente vario, in cui sussistono tanti modi di fare le cose”.

Laura Cugini

Il rapporto con la ristorazione
Da poco più di un anno Stefano è uscito dalla società e l’azienda ha cambiato nome (da Corti Cugini a Laura Cugini). Alcune scelte seguiranno la stessa linea, a cominciare dalla volontà di uscire con vini comprensibili, di grande beva, legati al territorio e non accodati a mode o altre suggestioni.
“Attualmente vinifico solo Chardonnay, per quanto riguarda il metodo classico. Poi c’è Mokab (rifermentato da Schiava, Incrocio Terzi e Barbera), il rosso Marbera (Barbera e Marzemino) e il Gravitas (Sebino bianco, solo Chardonnay) per un totale di 18 mila bottiglie. Non ho un obiettivo di espansione in termini numerici. Penso che ci sia una soglia di coerenza con i propri valori che non dovrebbe essere superata, ed è anche giusto sentirsi appagati quando il vino è richiesto e gira” (anche se, per più di una volta, Laura ha lasciato trapelare un’indole perfezionista ndr).


Uno dei fattori che aiutano i piccoli e nuovi produttori a farsi conoscere - al netto della qualità del vino - è il rapporto con la ristorazione. Laura in questo rapporto ci crede e le piace.
“Amo tantissimo la ristorazione e ho molta stima per chi fa quel lavoro. Quando sei al ristorante, se tutto funziona, sei dentro ad una danza bellissima e va ricordato che dietro c’è una grande dedizione”. 

In quanto al vino aggiunge: “Tante persone scelgono un ristorante anche in base alla carta dei vini ma non tutti i ristoranti, anche di alto livello, lo hanno capito. Ammiro i sommelier che hanno personalità, che sanno gestire bene la carta e proporre dei pairing sensati: un abbinamento ben fatto diventa un’esperienza memorabile. In generale credo che per gestire la carta di un ristorante si debba studiare molto e interrogarsi sulla provenienza delle bottiglie, andare a fare visita ai produttori, essere più collegati a chi produce”.
Mentre assaggiamo alcune basi immaginando come saranno tra qualche tempo, e dopo aver stappato una delle prime bottiglie con la nuova etichetta Laura Cugini, scivoliamo a parlare di consumi e lo sguardo finisce ancora una volta su ciò che è fuori. 

D’altronde quella di trovare una risposta attingendo dall’esterno è un’inclinazione che appartiene a chi viaggia, come Laura.
“Si parla molto di crisi del vino ma non abbiamo ancora considerato quante fette di mercato nel mondo sono lì che aspettano di essere intercettate. Io sto lavorando quasi esclusivamente con l’Italia, voglio andare per gradi e farmi conoscere qui, ma se si comincia a guardare fuori ci si rende conto che alcuni Paesi possono dare grandi soddisfazioni ai produttori italiani. Dipende da come lavoriamo insieme, quanto siamo disposti a interrogarci e a cambiare il nostro punto di osservazione”. 

Laura Cugini
a cura di

Giulia Zampieri

Giornalista, di origini padovane ma di radici mai definite, fa parte del team di sala&cucina sin dalle prime battute. Ama scrivere di territori e persone, oltre che di cucina e vini. Si dedica alle discipline digitali, al viaggio e collabora con alcune guide di settore.
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