Il metodo Le Ragnaie, a cominciare dalle microzone
Riccardo ci ha dato l’idea di essere una persona franca. Non teme frasi impopolari e non romanza mai questo mestiere. È originario di Siena e da più di vent’anni fa si trova a dialogare con uno dei territori vitivinicoli più famosi al mondo - Montalcino - con un approccio che, molti anni fa, non era diffuso ma avanguardista.
“I nostri vigneti dal 2007 sono coltivati in microzone, e questo ci consente di tenere vini diversi tra loro che testimoniano le specificità delle singole aree produttive. La parcellizzazione, o la definizione dei cru, è stata per noi una scelta necessaria ad un certo punto. Da appassionato avvertivo che mancava questa impostazione territoriale e che si sarebbe potuto valorizzare con più centratura il Sangiovese, scoprendone le sue varie espressioni, a seconda del suolo”.
Il Sangiovese, a Le Ragnaie, si esprime dunque in varie voci; è l’unica varietà a bacca rossa piantumata, e come tutta la totalità della produzione vitata (estesa su una superficie estesa di 23 ettari) viene allevata seguendo i principi dell’agricoltura biologica.
In vigna non utilizzano prodotti chimici ad eccezione di poltiglia bordolese e zolfo di miniera (entro i limiti imposti dal biologico); non impiegano fertilizzanti ad esclusione del sovescio (ricavato in autunno, a base di leguminose, trifoglio, e altre erbe, che aiutano a ricostituire in sostanza organica i vigneti); l’inerbimento, inoltre, impedisce l’erosione superficiale incentivando l’assorbimento dell’acqua da parte del suolo. Il vigneto in questo modo diventa l’habitat privilegiato per specie animali e insetti, che compongono un quadro ecosistemico complesso e vitale.
Fare il vino a Montalcino
Sempre perché non ama i giri di parole, Riccardo mette subito in chiaro il privilegio di essere all’interno dell’area produttiva di Montalcino. Una zona, lo dicevamo prima, estremamente vocata, ma anche con un’elevata riconoscibilità internazionale.
“È un grande privilegio e un grande stimolo. C’è stata una fase in cui questa denominazione si stava fossilizzando, rischiando di non rimanere al passo con il modo di bere e di produrre che sta caratterizzando il settore. Invece negli ultimi anni si è fatto un bel lavoro, tenendo dritta la barra della classicità, ma rivedendo anche tutti quegli aspetti che non avevano più ragione di esistere. Noi vogliamo seguire il solco tracciato e non intendiamo praticare eccessive sperimentazioni nel nostro modo di concepire e produrre il vino. La classicità, per come la vediamo a Le Ragnaie, non è un limite ma un aiuto alla riconoscibilità. Anche quando sembra sparire, poi, il classico ritorna. Al tempo stesso non vogliamo nemmeno adagiarci a un modo di lavorare statico, che non attinge dall’osservazione del presente. Penso che costruire un proprio stile, in funzione del gusto personale e non dell’aria che tira, sia fondamentale per un produttore, così come lo sia non snaturare il territorio su cui poggi”.