Di mode e di gestione delle mode
Sta cambiando il mondo di bere?
C’è chi se lo chiede, anche se ormai sono molti di più quelli che lo danno per certo.
“Che la maggior parte del vino venga consumato nell’anno successivo alla messa in commercio mi sembra un’evidenza. Questo non vuol dire che si debbano fare vini modaioli, che si bevono il primo anno e poi non si riescono più ad avvicinare. Ci sono anche vini che vanno aspettati, in cui l’attesa affina ed evolve, ma questo è un altro discorso. Se un vino nella fase di vita iniziale è cattivo, e ha difetti, non sarà mai buono. Quindi, prima di tutto, un produttore deve mettere in bottiglia un vino buono, la variabile del tempo poi dipende da altri fattori”.
E a proposito di mode, e di mercato, Matteo ci dice: “Mi sembra che oggi ci sia una ricerca esasperata della novità. È una logica che può da un lato dare spazio ai produttori emergenti, ma dall’altro può essere un limite. Credo sia alla base di quello che definirei consumismo moderno. In questo sistema c’è un sistema di ricerca diverso da quello che condurrebbe un appassionato, un collezionista, insomma una persona che ha una visione del vino ampia e curiosa. Nel consumismo non si agisce per interesse e approfondimento ma per immagini”.
Dove vuole arrivare lo abbiamo già capito: anche chi si definisce intenditore, oggi, non è detto che lo sia. La conoscenza in questo settore è sempre più filtrata (o ancor meglio, innescata) dalle immagini che rimbalzano sul web e sui social.
L’invito di Matteo, alle giovani generazioni, è un altro.
“I giovani stanno apportando molti cambiamenti positivi in questo settore. Viaggiare ci ha fatto aprire gli occhi su tanti fronti, dalle tecniche adottate per vinificare alla valorizzazione dei nostri territori. Abbiamo sviluppato un modo di comunicare con il consumatore più aperto, più diretto, spesso spogliando la narrazione del vino da quel tono inarrivabile che tempo fa le era stato addebitato. Ma dobbiamo ricordarci di lasciare che sia il palato a guidare le nostre scelte, non il resto”. Considerazione, questa, che allarghiamo naturalmente anche al ristoratore. Perché, parafrasando Matteo, “non ci possono essere ristoranti diversi con carte uguali”.
Mettersi in discussione, per un’altra generazione
In passato ‘mettersi in discussione’ aveva un’accezione precisa: significava proporre un’idea nuova in un terreno (metaforico, questa volta) in cui non ce n’erano, o ce n’erano pochissime.
Significava soprattutto avviare un’attività, avere un’intuizione e perseguirla, e anche fare da apripista, il più delle volte. Oggi il verbo si è trasformato all’infinito e la questione è ‘mettere in discussione’, cioè sottoporre a revisione qualcosa che già veniva fatto, quindi provare a capire perché veniva fatto così. Ce lo spiega meglio Matteo:
“Confrontandomi con chi lavora la campagna ho spesso trovato risposte superficiali e azioni non giustificate da un’evidenza scientifica. Il diserbo è un esempio. Quando venne introdotto è stato visto subito come una comodità, si veniva da anni in cui si faceva tutto manualmente, ma non ci si è interrogati su cosa volesse dire utilizzare i diserbanti”.
Rispetto all’agire dei produttori aggiunge: “Credo si dovrebbero perdere molte certezze empiriche per consentire uno sviluppo reale di questo settore. È giusto mettersi in discussione per davvero, confrontarsi con gli altri colleghi, e farlo con onestà. Con le conoscenze e gli strumenti attuali possiamo fare vini migliori e vini più salubri”.
E anche, aggiungiamo, è giusto che si aprano le bottiglie degli altri. È una consuetudine che appartiene molto più ai giovani di oggi che ai produttori di ieri. Si allinea a quanto accade nella ristorazione, in cui c’è più voglia di sedersi al tavolo di un collega non per vedere se è pieno o vuoto ma per curiosità, esperienza, raffronto.