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Matteo Vaccari

12/03/2026

Matteo Vaccari

Note a margine dal Chianti, dentro a una bottiglia di Syrah

In questi anni abbiamo raccontato storie di vignaioli, enologi e cantinieri senza mai adottare criteri generazionali o di genere. Abbiamo lasciato che fosse la bussola degli eventi, e degli assaggi meritevoli, a guidarci nella scelta degli intervistati, senza nemmeno prepararci troppe domande: il più delle occasioni sono le storie a venire fuori senza forzature.
Anche questa volta è andata così. Poi, un briciolo di fortuna, ammettiamo, c’è stato: Matteo Vaccari ha trentadue anni e si colloca perfettamente nella sagoma di chi ha voglia di sperimentare e lo fa con buonsenso, senza seguire per forza il selciato, come rintraccerete in altre pagine di questa rivista.


Chiudere il cerchio come opportunità

Matteo, come altri protagonisti di cui vi abbiamo raccontato, è partito da un altro settore. All’enologia si è dedicato dopo aver lasciato gli studi di medicina.
“Sì, in realtà ho approcciato al mondo del vino sin da piccolo, a cominciare dalle vendemmie di famiglia, e l’interesse mi era rimasto. Dopo aver lasciato gli studi in medicina ho iniziato in un’azienda in Chianti a occuparmi di vigna e pratiche in cantina. Nel 2016 si è affacciata un’opportunità per me e Maddalena Fucile; all’epoca eravamo compagni di corso e avevamo abbozzato l’idea di costruire un progetto insieme. L’opportunità consisteva nel gestire il ramo vitivinicolo dell’azienda della sua famiglia con la direttiva migliore che ci potesse essere: provare ad innestare il nostro approccio senza vincoli”.
L’azienda in questione è Fattoria Cigliano di Sopra, nella fetta più a nord del Chianti Classico, in Val di Pesa, in cui ancora oggi continuano a coltivare il loro progetto.
“Con Maddalena abbiamo introdotto una vinificazione parcellare, ridotto gli interventi al minimo per valorizzare l’uva, praticato un utilizzo circolare delle risorse disponibili, messo a punto un utilizzo non invasivo del legno per consentirgli di valorizzare l’impronta territoriale del vitigno. I nostri vini sono leggiadri, quasi eterei, e ci auspichiamo che rivelino freschezza dopo diversi anni in bottiglia” ci racconta Matteo mentre sta conducendo le rituali potature di fine inverno.
Glielo facciamo notare.
“Il bello di essere più o meno piccoli a livello dimensionale è che si fa tutto. Potrebbe sembrare sfiancante ma io la vedo diversamente. Consente di chiudere il cerchio. Richiede molte energie ma passare dal lavoro in campo alla cantina, dalla relazione con clienti a quella con i ristoratori, arricchisce questo mestiere. Dopotutto cosa vuol dire fare il vino? È coinvolgimento totale!”
 

Di mode e di gestione delle mode
Sta cambiando il mondo di bere? 

C’è chi se lo chiede, anche se ormai sono molti di più quelli che lo danno per certo.
“Che la maggior parte del vino venga consumato nell’anno successivo alla messa in commercio mi sembra un’evidenza. Questo non vuol dire che si debbano fare vini modaioli, che si bevono il primo anno e poi non si riescono più ad avvicinare. Ci sono anche vini che vanno aspettati, in cui l’attesa affina ed evolve, ma questo è un altro discorso. Se un vino nella fase di vita iniziale è cattivo, e ha difetti, non sarà mai buono. Quindi, prima di tutto, un produttore deve mettere in bottiglia un vino buono, la variabile del tempo poi dipende da altri fattori”.
E a proposito di mode, e di mercato, Matteo ci dice: “Mi sembra che oggi ci sia una ricerca esasperata della novità. È una logica che può da un lato dare spazio ai produttori emergenti, ma dall’altro può essere un limite. Credo sia alla base di quello che definirei consumismo moderno. In questo sistema c’è un sistema di ricerca diverso da quello che condurrebbe un appassionato, un collezionista, insomma una persona che ha una visione del vino ampia e curiosa. Nel consumismo non si agisce per interesse e approfondimento ma per immagini”.
Dove vuole arrivare lo abbiamo già capito: anche chi si definisce intenditore, oggi, non è detto che lo sia. La conoscenza in questo settore è sempre più filtrata (o ancor meglio, innescata) dalle immagini che rimbalzano sul web e sui social.
L’invito di Matteo, alle giovani generazioni, è un altro.
“I giovani stanno apportando molti cambiamenti positivi in questo settore. Viaggiare ci ha fatto aprire gli occhi su tanti fronti, dalle tecniche adottate per vinificare alla valorizzazione dei nostri territori. Abbiamo sviluppato un modo di comunicare con il consumatore più aperto, più diretto, spesso spogliando la narrazione del vino da quel tono inarrivabile che tempo fa le era stato addebitato. Ma dobbiamo ricordarci di lasciare che sia il palato a guidare le nostre scelte, non il resto”. Considerazione, questa, che allarghiamo naturalmente anche al ristoratore. Perché, parafrasando Matteo, “non ci possono essere ristoranti diversi con carte uguali”.

 

Mettersi in discussione, per un’altra generazione
In passato ‘mettersi in discussione’ aveva un’accezione precisa: significava proporre un’idea nuova in un terreno (metaforico, questa volta) in cui non ce n’erano, o ce n’erano pochissime.
Significava soprattutto avviare un’attività, avere un’intuizione e perseguirla, e anche fare da apripista, il più delle volte. Oggi il verbo si è trasformato all’infinito e la questione è ‘mettere in discussione’, cioè sottoporre a revisione qualcosa che già veniva fatto, quindi provare a capire perché veniva fatto così. Ce lo spiega meglio Matteo:
“Confrontandomi con chi lavora la campagna ho spesso trovato risposte superficiali e azioni non giustificate da un’evidenza scientifica. Il diserbo è un esempio. Quando venne introdotto è stato visto subito come una comodità, si veniva da anni in cui si faceva tutto manualmente, ma non ci si è interrogati su cosa volesse dire utilizzare i diserbanti”.
Rispetto all’agire dei produttori aggiunge: “Credo si dovrebbero perdere molte certezze empiriche per consentire uno sviluppo reale di questo settore. È giusto mettersi in discussione per davvero, confrontarsi con gli altri colleghi, e farlo con onestà. Con le conoscenze e gli strumenti attuali possiamo fare vini migliori e vini più salubri”.
E anche, aggiungiamo, è giusto che si aprano le bottiglie degli altri. È una consuetudine che appartiene molto più ai giovani di oggi che ai produttori di ieri. Si allinea a quanto accade nella ristorazione, in cui c’è più voglia di sedersi al tavolo di un collega non per vedere se è pieno o vuoto ma per curiosità, esperienza, raffronto.

Matteo Vaccari

 

È ancora un settore attrattivo
Ci siamo fatti un parere, ma lo chiediamo a lui.
“Dal punto di vista del consumatore credo lo sia ancora. Ma dobbiamo continuare a comunicare i valori positivi di questo mondo, cioè la convivialità, l’accessibilità e il valore delle produzioni fatte bene. Dobbiamo posizionarci lontano dai toni indecifrabili e portare tutto sulla dimensione della comprensione”.
Ci siamo chiesti, e gli abbiamo chiesto, se ora il settore sia attrattivo per chi vuole iniziare a produrre. Fino a qualche tempo fa lo era sicuramente, ora forse le cose sono cambiate.
La voglia di fare questo lavoro c’è, tra di noi la avvertiamo! Ci sono molti condizionamenti e tante insicurezze ma secondo me fare vino è ancora attraente”.


Come abbiamo conosciuto Matteo
Abbiamo conosciuto Matteo con il She Rock, una bottiglia di Syrah dall’etichetta colorata ed eccentrica. Precisamente, era la numero 1491 di 1501.
Ma non faceva Sangiovese, Chianti Classico?
“Nel 2024 ho avviato questo progetto sperimentale con un amico, su mezzo ettaro di Syrah, quella che mi piace definire l’uva più bella del mondo. È un vino sperimentale nato per essere divertente. Lo vivo con entusiasmo perché la novità e la sperimentazione fanno parte del nostro bisogno di essere attivi, scaltri, sempre stimolati e pronti ad aprire anche altri canali”. 


Auguriamoci che il passo verso il nuovo contraddistingua a lungo queste generazioni, anche quando non saranno le più giovani!
 

Matteo Vaccari
a cura di

Giulia Zampieri

Giornalista, di origini padovane ma di radici mai definite, fa parte del team di sala&cucina sin dalle prime battute. Ama scrivere di territori e persone, oltre che di cucina e vini. Si dedica alle discipline digitali, al viaggio e collabora con alcune guide di settore.
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