Offella: un pane dolce che acquista volume e sofficità
L’Offella prende forma in questo stesso contesto storico. Sorella del Pandoro e figlia del Nadalìn, è un lievitato a cui i veronesi sono molto legati, un prodotto più di nicchia che molti local tendono a preferire al Pandoro, forse perché meno main-stream della nuvola burrosa a forma di stella che tutti conosciamo.
Le tracce linguistiche risalgono al latino, l"offa" per gli antichi Romani indicava una sorta di focaccia al farro utilizzata anche dagli “àuguri”, gli indovini, per nutrire gli animali sacri durante i riti di vaticinio. Virgilio nel canto VI dell’Eneide racconta di “un’offam soporatam”, a base di miele e farina, data in pasto a Cerbero, il cane guardiano con tre fauci, per addormentarlo e accedere all'oltretomba. “Dar l’offa al cerbero” è un’espressione che si trova frequentemente negli scritti di autori che parlavano il latino di Cicerone nella letteratura rinascimentale, come a dire di voler ammorbidire qualcuno con lusinghe, denaro o doni.
Il diminutivo appare invece in uno scritto del XV secolo del maestro Martino da Como in De arte coquinaria che dà la ricetta di un’Offella parecchio diversa rispetto a ciò che conosciamo oggi. Un dolce arricchito con uva passa, cannella, zenzero, zafferano e formaggio. Più avanti ne scriverà anche Pellegrino Artusi nel capitolo dedicato alla pasticceria de La scienza in cucina e l’arte del mangiar bene, proponendone due versioni, una con marmellata e una di marzapane. Qualche decennio prima che il libro di Artusi venisse pubblicato - la prima edizione è del 1891 - nasceva una versione più essenziale con pinoli e zucchero. È in questo periodo che l’Offella assume le sembianze che oggi conosciamo: scompaiono formaggio, spezie e uvette. La frutta secca, ridotta in granella, abbandona l’interno dell’impasto per posizionarsi alla base dello stampo con il burro. Il lievitato acquista sofficità e volume e si presenta abbastanza filante all’interno, il ricordo aromatico e di struttura rimanda al Pandoro, ma senza punte. La crosta è impreziosita dai sentori tostati della frutta secca, offrendo un morso soffice con il contrappunto delle consistenze croccanti della granella.
Un lievitato quasi scomparso dalle pasticcerie del veronese, fagocitato dai ben più noti Pandori e Panettoni. Ha saputo invece imporsi sul mercato, anche grazie alla registrazione del marchio, l’Offella d’Oro® della Pasticceria Perbellini di Bovolone (VR), prodotta dagli eredi di Giovanni Battista Perbellini utilizzando ancora la ricetta dell’avo di fine ‘800.