Come ci relazioniamo al turismo statunitense
Visto che non si tratta di una dinamica insolita, non bisogna aver molto spirito di immaginazione per prefigurarsi la scena a cui ho assistito qualche mese fa, in una calle di Chioggia: un ristoratore fa accomodare dei turisti e poi si volta verso il cameriere commentando “tanto sono americani”. L’altro sogghigna con fare approssimativo e, ciondolando, va a prendere i listini.
Il locale era semi-deserto (ci sarà un motivo?) ma non è questo il punto: è un modo di atteggiarsi gonfio di pregiudizi, privo di intelligenza, che merita di essere estinto… e invece in molte attività perdura, arrecando danni a tutti, anche a chi non si occupa di ristorazione.
Mentre rievoco questo siparietto sgradevole - avvenuto per altro in una città entrata nel 2022 nella magica lista delle città da vedere secondo il NYTimes - la mente corre a una pizza davvero straordinaria assaggiata un anno fa in una piccola località situata tra Los Angeles e San Diego. Si trattava di una tonda classica, lievitata e cotta alla perfezione, farcita con ingredienti italiani straordinariamente buoni, dalla salsa di pomodoro alla scarola. Il servizio era informale, piacevole e organizzato.
In quella pizzeria dalla qualità indiscutibile si riversano ogni giorno decine e decine di americani affezionati ai gusti e allo stile italiano. Non servono manuali di cultura gastronomica per leggere tra le righe: se negli Stati Uniti ci sono insegne come queste (non è un caso isolato, tutt’altro) anche il palato degli americani si sta allenando in modo diverso.
Ce lo hanno confermato in passato Paul Bartolotta, autentico ambasciatore della cucina italiana con svariate attività di ristorazione a Milwaukee; Andrea Giuliani, titolare del ristorante Pausa di San Francisco; e in ultima Eva Furletti, giovane chef trentina trapiantata in California da qualche anno.
“Vedendo l’Italia dall’altra parte del mondo, e raccogliendo il feedback dei clienti che rientrano dai viaggi nella Penisola, posso dire che mi è chiara una cosa: noi italiani sottovalutiamo molto la loro capacità di interpretare e apprezzare la nostra cucina” inchioda subito Eva.
“Oggi il palato degli americani, mediamente, è abituato a una cucina o a una pizza italiana realizzata da italiani trapiantati in America, non da italo-americani. Sono abituati a frequentare attività imprenditoriali a cui fanno capo italiani, in particolare negli stati costieri e nelle metropoli. Questo cosa significa? Che la qualità, la fedeltà ai prodotti e alle ricette italiane si è alzata visibilmente. Circolano di più, c’è più conoscenza”.
Un’altra osservazione riguarda il commento di molti americani rispetto ai piatti provati in Italia. Continua Eva: “Non metto più in dubbio la capacità degli americani di apprezzare i piatti della nostra tradizione. Ne sono affascinati, ammaliati, e sono disposti a spendere per fare esperienza, per capire origini e consuetudini. Semmai mi domando come possano tanti locali, soprattutto nel contesto urbano italiano, proporre una cucina turistica che non tiene conto delle cotture, della qualità degli ingredienti, delle tipicità regionali. È importante trasferire identità a chi fa visita a un luogo… partire prevenuti e incentrati sul profitto non giova sicuramente. Si traduce solo in un ricordo negativo!”.