Una piccola osteria in quel di Levico Terme (TN) che tiene fede alla regola della minestra: “O mangi quella minestra o salti quella finestra”, con la sua proposta quotidiana di un solo antipasto, un solo primo, un solo secondo, un solo dolce, coronati però di benvenuto dell’oste e piccola pasticceria a chiusura.
Tutto questo in un locale che se da un lato racconta un pezzo di storia di Levico, dall’altro - a detta della gente – ha visto avvicendarsi attività che non hanno messo delle gran radici, da qualche tempo a questa parte. Quando Andrea Meneghetti ha iniziato a valutare di aprirci un’osteria, ha raccolto informazioni fra la gente del posto: “Lascia stare, è una perdita di tempo, non ha mai funzionato”, il pensiero era unanime.
Un monito che lui ha raccolto come una sfida, decidendo di ridare vita a quel locale fermo da 3 anni e denominandolo ironicamente Osteria del tempo perso. Fra le altre cose, piano piano inizierà a collezionare sveglie d’epoca, tante sveglie, che disseminerà ovunque nel locale, a ricordarsi e ricordare che il tempo passa, per certi aspetti è sempre ‘perso’ ma è come lo perdi che fa la differenza”.
Le esperienze in Alto Adige
Per poter comprendere le ragioni di questa scelta e, più ancora, il taglio che Andrea ha inteso dare alla propria attività bisogna guardare al suo percorso professionale, che si è snodato prettamente in Trentino Alto Adige (a parte una parentesi a Venezia) e più specificamente in Alto Adige, dove ha ben presto scoperto migliori condizioni remunerative e di welfare. Stagioni invernali, ben otto, nel ristorante di una baita ad alta quota sulle piste da sci, a passo Sella, si sono avvicendate a stagioni estive in hotel di livello, dove dedicarsi a una cucina più vivace che prevedeva frequenti inserimenti in menù di piatti diversi e dava spazio per la sperimentazione. A motivarlo più di tutto c’era la frequentazione, come cliente, del ristorante L’Chimpl nel borgo ladino di Tamion, in Val di Fassa. Un appuntamento fisso che si ripeteva ogni anno, più di una volta per stagione, lavorando in zona. Lo dice ancora oggi Andrea: “In quel luogo ho trovato la mia ispirazione, la mia voglia di fare. Uno stellato con l’anima! Stefano Ghetta con la sua cucina e la moglie Katia Weiss in sala hanno rappresentato tanto per me: mi hanno spinto senza dirmelo. Quando ho conosciuto loro, il loro modo di fare, il loro modo di servire mi sono detto:’ Io voglio fare così’ e già alla baita ho ottenuto di potere sbizzarrirmi nelle due cene settimanali, in cui i clienti arrivavano su con il gatto delle nevi. Ricordo anche di quel capodanno in cui in cui mi sono rinchiuso in cucina nei 4/5 giorni precedenti per spingere al massimo, arrivando a proporre un menù di 10 portate”.
Giunto alla soglia dei trent’anni Andrea decide di tornare nella sua Valsugana dove acquista casa
ma ben presto realizza che lì non riesce a trovare le stesse condizioni che l’Alto Adige offre, per cui opta di per aprire un’osteria giusto in quel piccolo locale, chiuso da tre anni, su cui più di un conoscente aveva espresso riserve.