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Peppone Calabrese

17/07/2025

Peppone Calabrese

“Ed ecco che in un mosaico così ampio, come quello di cui si compone la gastronomia, un esempio di valore è rappresentato dal mio amico Giuseppe Calabrese, che in molti, me medesimo, chiamano Peppone. Il successo delle storie che da sempre riporta risiede, infatti, nell’autenticità delle relazioni che lo stesso Peppone ha saputo costruire con i produttori e le produttrici, le cuoche e i cuochi di tutta Italia”.

È con queste parole, scritte da Carlin Petrini nell’introduzione del libro L’Italia che ho visto di Peppone Calabrese che introduciamo l’intervista al protagonista di Linea Verde, rubata tra una puntata e l’altra di Camper, la trasmissione in onda quest’estate su Raiuno.

Peppone Calabrese è quello descritto da Petrini: una persona di grandissima empatia, che sa tenere a bada il successo televisivo, impegnato su più fronti nelle battaglie sociali. Ma queste cose che le spiega lui stesso in questa intervista che inizia con una semplice domanda.

Peppone Calabrese

Ci racconti come sei arrivato, all’improvviso, nelle case di milioni di italiani?

“Certo che si! Torno a casa, a Potenza, per la malattia di mio padre che mia madre non poteva gestire da sola perché lui era medico e aveva capito tutto, compresa la gravità della malattia. E qui, dopo aver lavorato in un centro di fisioterapia, in un altro per disabili gravi, ho fondato un’associazione di volontariato insieme ai miei amici storici, Bianca, Vincenzo, Carmine e tanti altri. Parto quindi per l’Africa come volontario e, quando torno, in società con altri, apro una gastronomia che poi diventa ristorante – Cibò è il nome – dove creo una piccola comunità coinvolgendo gli agricoltori locali e promuovendo i loro prodotti. Sono loro che presidiano la tradizione. In questo ristorante, l’anno del capodanno RAI a Potenza, viene a mangiare una sera un signore, portato lì da Francesca Barra, giornalista lucana di Policoro. Questo signore, a un certo punto, resta solo e io, da buon oste custode, vado vicino e gli faccio la domanda che si fa qui a Potenza: a chi si’ figlio? A chi appartieni? Sono di Taranto, mi dice. Io, che sono un grande tifoso del Potenza, gli rispondo scherzando: fuori da qua! Poi abbiamo cominciato a chiacchierare, gli ho raccontato la filosofia del ristorante, del perché ero vicino ai contadini, rispettoso del territorio e dei prodotti. Il giorno dopo lui doveva andare a Roma e anch’io dovevo raggiungere la capitale. Vieni con me, gli dico, e in questo viaggio cantiamo io le canzoni del Potenza e lui quelle del Taranto e della Lazio. Poi ritorna a Potenza e viene tutti i giorni al ristorante, amava suonare il pianoforte e io ne avevo uno nel locale e, un giorno in cui era venuto con altre persone, gli dico “va a suonare il pianoforte”. Uno dei suoi ospiti mi apostrofa “ma perché lo tratti così, non lo sai chi è?”. Si, è un tarantino, rispondo. No, mi risponde, “è il capostruttura del Capodanno RAI. Angelo Mellone”. Dopo diversi mesi, in una riunione dove Angelo voleva ampliare e diversificare la proposta comunicativa della Prova del Cuoco, dovevano scegliere degli inviati e Carola Ortuso, che veniva sempre con lui a mangiare da me, gli fa il mio nome e mi chiamano. Quando ricevo la telefonata pensavo a uno scherzo e gli chiudo il telefono in faccia. Questo mi richiama: “Sono Beppe Bosin, capo-autore della Prova del Cuoco (oggi capo-autore di Camper e autore di Linea Verde) e la invito a fare un provino. Sono piaciuto alla Endemol, la società di produzione televisiva, e al film-maker Andrea Rovetta con cui ho lavorato tutto quell’anno. L’anno dopo, nel 2017, vado a fare il co-conduttore a Linea Verde e credo di essere il più longevo conduttore di questa trasmissione dopo Federico Fazzuoli”.

 

I sogni bisogna coltivarli: è un pensiero positivo il tuo, lo è sempre stato? Come sei arrivato a questo convincimento?

“Credo che la mia sia un’indole costantemente alla ricerca di positività. Questo non vuol dire che non ci siano i dolori, le preoccupazioni o i momenti di riflessione profonda. Ho perso mio padre diversi anni fa, ultimamente è toccato alla mia seconda madre, mia zia Anna, altre persone care che erano punti di riferimento per me che mi muovo nel mondo e quando fai questa vita è importante sapere che dietro hai un punto fermo su cui poterti appoggiare. Però sono sempre un adulto molto positivo e la consapevolezza è avvenuta con la morte di mio padre. Tra le sue cose abbiamo trovato questi libri di medicina dove c’era scritto che, per realizzare un grande sogno ci vogliono due requisiti: il primo è una grande capacità di sognare, il secondo è la perseverazione della fede nel sogno. Perseverazione è un termine arcaico, molto bello e importante che significa perseverare nell’azione. Io avevo il sogno di diventare cameriere perché quando ero un ragazzino andavo sempre nel bar di mia zia ad aiutare e mi piaceva molto quel lavoro. Poi avevo un altro sogno: quando stavo da solo facevo finta di intervistare i giocatori di calcio, in particolare Maradona. Non sono riuscito nell’impresa ma ho intervistato Carlin Petrini che, per me, è il Maradona della gastronomia. I sogni bisogna assolutamente coltivarli!!

Roseto Capo SpulicoRoseto Capo Spulico
Belmonte CalabroBelmonte Calabro

Nel tuo libro scrivi che il formaggio, come l’olivo, sono stati strumenti di ascesa sociale, possono esserlo ancora adesso queste attività agricole?

“Sicuramente erano molto più redditizie un tempo, hanno permesso nei secoli di sfamarsi, di far studiare i figli, come nel caso di mio padre. Oggi c’è un ritorno alla terra consapevole. I contadini, un tempo, erano molto dignitosi ma anche un po’ psicologicamente assoggettati, avevano forme di deferenza verso chi stava meglio di loro anche un po’ esagerate. Adesso, invece, c’è una consapevolezza diversa dove si tiene sempre presente che l’aspetto economico è importante; che la sostenibilità economica fa di questa vita agricola non una vita di resilienti ma di persone felici. Ed è quello che auspichiamo. Parafrasando Vito Teti, antropologo che ha descritto meglio di chiunque altro il nostro sud, c’è il viaggio di chi parte e il viaggio di chi resta. Chi parte ha il coraggio di cambiare le sorti della sua famiglia, però si porta dietro tutta una serie di lutti. Il primo è quello di aver tradito la sua terra. E poi ha l’abitudine di replicare nella città in cui è andato tutto quello che succedeva in provincia, ma non funziona così. Chi resta invece ha la frustrazione di non essere riuscito ad andare ma anche la possibilità di ridisegnare il territorio, il proprio paese in forma più vicina alla sua felicità. Quando si ha questa consapevolezza provi a fare delle azioni virtuose e, questo, in agricoltura ti porta a non svendere il tuo lavoro e quindi cerchi di utilizzare i mezzi di comunicazione che hai a disposizione per affermare queste azioni. Andare a vivere in un altro posto dipende da come ci arrivi; se finisci, come è capitato e capita spesso, nelle periferie delle grandi città non è che avrai tutto questo bel vivere. Se invece resti nella provincia vivi una dimensione autentica, rappresenti il territorio, non sei un semplice numero. Puoi rappresentarlo quel territorio, diventarne un elemento di valorizzazione. Il viaggio di chi resta, tornando a Vito Teti, è dunque molto affascinante e noi, persone di comunicazione, abbiamo il dovere di raccontare questa cosa, di renderla appetibile, perché altrimenti restano i paesi spopolati e le periferie che diventano agglomerati urbani senza storia e senza identità”.

Peppone Calabrese
CastropignanoCastropignano

Mi fai venire in mente la nostra nuova idea editoriale che si chiama IlBelViaggio che vuole proprio raccontare l’Italia inaspettata…

“Bravissimo. Mi piace quest’idea, dobbiamo, ognuno di noi, metterci del proprio per fare del nostro Paese un luogo dove si può vivere bene”.

 

Come hai scelto di fare l’oste e cosa significa, oggi, la parola osteria?

“Bellissima domanda! Da bambino andavo da questa zia a Tolve che aveva il bar e, sotto casa, anche un frantoio e mia zia, al posto delle patatine, al bar dava un pezzo di pane caldo, un pomodoro del luogo e l’olio che avevano fatto loro. Io amavo questa cosa, ho amato molto questo bar a Tolve ed è nata lì la passione che mi ha portato alla ricerca di tutti questi agricoltori in memoria di mio nonno Beppe che ha fatto una vita di sacrifici per conquistare la terra. L’osteria, per venire alla domanda, ha una responsabilità: quella di essere una sentinella del territorio ma anche un pilastro della cultura gastronomica italiana. Lo deve fare soprattutto nel momento in cui viene attaccata con ogni forma da racconti e narrazioni che tendono alla omologazione e deve riprendersi lo spazio di valorizzazione del prodotto locale, dei contadini, dei mercati, della spesa quotidiana. Le osterie hanno questo obbligo! Questo non vuol dire che non debbano esserci altri posti dove andare a mangiare, anzi: il cibo italiano è il frutto di condivisione, i monsù, i cuochi di corte hanno da sempre innovato e ben venga l’innovazione anche adesso. Ben venga tutta la creatività degli chef per farci sognare ma dobbiamo dare alle persone la possibilità di scegliere la buona qualità accessibile e, in questo, le osterie sono fondamentali e devono riappropriarsi di quello spazio umano e autentico. Lo possono fare senza mortificare la creatività dei cuochi ma devono sempre essere rispettose, anche del paesaggio disegnato, nel corso degli anni, dalle comunità perché in quei luoghi le persone avevano e hanno delle esigenze precise. E in questo anche i camerieri, e non solo i cuochi, devono essere rispettosi; i camerieri devono essere colti, non dotti, devono essere curiosi, sapere cosa c’è dietro a quel piatto, saper raccontare quella sapienza antica, far emozionare gli ospiti. Nei corsi di formazione che faccio a Incibum a Pontecagnano e a Intrecci a Castiglione in Teverina sono felice di vedere ragazzi che arrivano in queste accademie con un’idea legata alla creatività a tutti i costi e se ne tornano con la gioia di aver riscoperto le proprie tradizioni e vedessi cosa ne esce fuori; i cuochi portano i piatti che usavano da bambini per l’esame da Incibum e i camerieri raccontano storie, da Intrecci, con un pathos incredibile. È commovente tutto questo. Io vorrei andare nei ristoranti e nelle osterie per trovare questo e non lo scimmiottamento delle teorie degli altri”.

Tolve, Roseto Capo Spulico, Belmonte, Castropignano, San Giorgio Canavesano, Cancellara: nomi di paesi che, senza il tuo impegno, non sarebbero mai venuti alla luce del sole; come vivono gli abitanti di quei luoghi la notorietà che gli portate?

“Quando arriviamo noi arriva la Rai ed è sempre una festa. Ma io dico anche loro di stare attenti, perché quando arrivano le persone devono essere capaci di accoglierle e gli amministratori locali devono fare un passaggio culturale rispetto a questa cosa. Devono lavorarci sull’accoglienza, prendere consapevolezza che è un’opportunità ma che i servizi devono essere importanti altrimenti l’economia del territorio non cresce. Linea Verde sta diventando, nel tempo, un importante agenzia di viaggi perché fa una narrazione responsabile dei luoghi e noi dobbiamo continuare su questa strada, abbiamo il dovere morale di non fermarci, di dare visibilità. Dobbiamo chiedere agli amministratori di dare luce, dicendo cosa eventualmente non funziona. Dobbiamo dire a chi fa press-tour, festival, incontri che non può andarsene da quel posto che li ospita senza trasferire il proprio sapere. Bisogna dirle le cose, con educazione e rispetto ma bisogna dirle”.

 

Hai scritto, di recente, un libro che racconta della tua visione dell’Italia: una lettura quasi antropologica del nostro Paese. Quelle storie che racconti cosa rappresentano per l’Italia del prossimo futuro?
“Io spero che questo libro venga letto ai ragazzi nelle scuole. Le storie raccontate non sono storia passata ma, tra diversi anni, rappresenteranno un presente ancora più luminoso. Non possiamo permettere lo spopolamento della provincia, pensa a quanto sapere perderemmo. Quando dico a chi si’ figlio? A chi appartieni? si scatena un moto identitario interiore pazzesco, cambiano la prossemica, le persone alzano la schiena. Questo dovere dobbiamo sentircelo addosso”.

 

Hanno tratti distintivi che le accomunano le persone che difendono i loro territori?

“Si, c’è uno stile dei territori, che noi dobbiamo difendere. Nei mille e mille campanili d’Italia c’è un’identità ed è nella differenza che si alimenta l’identità”.

 

Potremmo andare avanti ancora per molto ma gli impegni televisivi di Peppone lo richiamano. È una grande persona e lo si capisce anche leggendo il suo libro: L’Italia che ho visto.

 

 

 

 

a cura di

Luigi Franchi

La passione per la ristorazione è avvenuta facendo il fotografo nei primi anni ’90. Lì conobbe ed ebbe la stima di Gino Veronelli, Franco Colombani e Antonio Santini. Quella stima lo ha accompagnato nel percorso per diventare giornalista e direttore di sala&cucina, magazine di accoglienza e ristorazione.
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