Il piacere, non dimentichiamoci il piacere
È una domenica sera di fine marzo e San Benedetto del Tronto è discretamente vuota. Alcuni locali sono aperti, nel centro storico, ma la spiaggia è ancora spoglia e i turisti si contano, forse, sulle dita di una mano. Non è il momento più vivido dell’anno, ecco. Eppure Trattoria Da Rita, in via Piemonte 1, è strapiena.
Fuori non c’è una grande e appariscente insegna ma individuarla, nella desolazione generale, è piuttosto facile. Oltre il vetro appannato si avverte un gran vociare. Ripetiamo: è domenica sera. Da tempo sentiamo ripetere ai ristoratori che la domenica sera non si lavora, perché le abitudini, dopo il Covid, sono cambiate.
Concediamoci la straordinarietà per alcuni indirizzi, ma comunque ci sembra un elemento degno di nota trovare un’osteria così vivace allo scoccare dell’ultimo pasto della settimana, in una città affacciata sull’Adriatico, quando le temperature non hanno ancora cambiato davvero il passo, con una clientela che permane a lungo, senza fretta.
È per questo che abbiamo deciso di raccontare cosa ci abbiamo trovato dentro.
Il menu è scritto su una grande lavagna, ed è di quelli che verrebbe da ordinare in blocco. Le pareti sono arricchite da utensili di cucina e pentolame; una madia ospita alcuni prodotti locali, come pasta secca e conserve, proprio a fianco all’ingresso; i tavoli stanno sotto a delle tovaglie a quadri bianchi e azzurri; tutt’attorno, bottiglie vuote e bottiglie da aprire. E poi, il profumo. Non di un costosissimo profumatore per ambienti, non di candele agrumate. Ma di arrosti, sughi, cose buone. “Qui si mangia bene!” vien da pensare, finché ti accompagnano al tavolo.
La serata scorre via senza pensieri, i piatti sono sinceri, e ne chiamano altri. L’atmosfera è briosa, sembra che il mondo fuori sia lontano e il piacere tenga in piedi il momento.
Per curiosità, abbiamo consultato la pagina Instagram della trattoria, il giorno dopo. Con tutto il rispetto, ma farebbe inorridire qualsiasi agenzia di comunicazione. Con altrettanta curiosità abbiamo chiesto il numero all’oste, Paolo. Lo abbiamo ottenuto, ma non abbiamo ricevuto risposta. Sappiamo solo che quel luogo lo gestisce con la madre e il fratello, che sta in cucina. Non c’è un sito internet, non c’è una carrellata martellante di video che dicono al cliente come deve mangiare, perché, quanto conta sapere cos’è un latto-fermentato.
No, non stiamo alludendo al fatto che tutti dovrebbero adottare questa linea non-comunicativa, né che la cura dei dettagli in un ristorante, dai pannelli insonorizzanti alla comodità delle sedie, non sia un attributo considerevole, ma ci siamo interrogati sul perché quel locale fosse pieno.
Nemmeno un paio di giorni dopo abbiamo incontrato un’altra osteria, decisamente affollata, questa volta a Faenza, questa volta a pranzo: La Baita. Anche in quel caso, un’atmosfera calda e solare, e tanta, tanta gente. E poi, con più di due settimane di anticipo, abbiamo provato a prenotare per una domenica a pranzo, la domenica dopo Pasqua, in una trattoria di collina, Da Giovanni a Torreglia. Indovinate? Tutto pieno.