Impresa formativa non simulata (reale)
Massimiliano Urbinati, acuto e vulcanico dirigente dell’istituto Vergani-Navarra di Ferrara e vicepresidente di AEHT, sostiene l’importanza di dar vita a imprese formative non simulate e ne spiega la motivazione:
“Come punto di partenza prendiamo la Riforma degli istituti professionali del 2017 e vediamo di interpretarla, per poter creare modelli. Perché possiamo dire che questa riforma italiana sia la più ambiziosa a livello mondiale? Perché, a differenza di altri Paesi, prevede una parte culturale più corposa rispetto alla pratica. Se prima il rapporto parte generale/parte pratica era 20/80, adesso è 50 e 50 e nel triennio 40/60.
Se a questo disegno, che vuol portare più cultura per creare imprenditori con più abilità, più competenze,
viene a mancare la pratica c’è un problema, perché la pratica è stata la molla per far iscrivere i ragazzi, ciò che li ha attratti durante gli open day. Ora, dal Rapporto Ristorazione della FIPE risulta che nel 2025 il settore vale 100 miliardi di euro di consumi, eppure le imprese si riducono e l'occupazione dipendente cala in modo strutturale. Portare personale spetta anche a noi. Una leva che supporta le nostre attività è quella che recentemente è stata denominata FSL, Formazione scuola-lavoro (ex PCTO) che per legge deve essere di 210 ore triennali. Su questa linea, la Legge di Bilancio 2019 ha citato pure l’Impresa Formativa Simulata come strumento didattico d'eccellenza per sviluppare competenze imprenditoriali e trasversali, che già non è male.
Io però voglio proporre l’Impresa formativa non simulata, cioè quella reale.
È provato che si impara di più in una situazione reale, perciò la ricetta sarebbe: se tu hai meno ore di pratica e più attività teoriche, per compensare questa mancanza di pratica dovresti fare in modo di avere a scuola delle situazioni reali, come l’organizzare eventi, catering o collaborare con la GDO e anche commercializzare con il marchio Made in MIM (marchio registrato dal Ministero dell'Istruzione e del Merito per valorizzare e veicolare i prodotti degli istituti alberghieri e agrari). A pensarci è un’idea che funziona, perché c’è la motivazione, c’è la verifica e si è anche in una ambiente didatticamente protetto (protezione), c’è il confronto con clienti veri (realtà), c’è apprendimento situato (competenze tecniche e trasversali allenate insieme). Però vanno create le condizioni per poter operare senza avere problemi fiscali, problemi con l’Agenzia delle entrate, problemi gestionali all’interno della scuola e per non essere fraintesi da chi ha esercizi commerciali. Noi non dobbiamo fare soldi, ma dobbiamo creare i professionisti del futuro. Quindi tutto quello che guadagniamo lo dobbiamo reinvestire, quantomeno nel magazzino che costa tantissimo, ma anche in formazione per i ragazzi e per i nostri docenti. Si è fatta un’analisi statistica da cui risulta che le scuole che da anni hanno in seno esperienze di questo tipo, arrivano a punte del 96% di permanenza dei ragazzi nel settore. Nella mia scuola, in cui ho voluto aggiungere anche questo tassello alla filiera formativa,
il 76% dei ragazzi tende rimanere legato al mestiere.
È d’accordo con Urbinati il giovane chef Andrea Serafini del ristorante Casa Serafini di Borgo Tossignano: “Chi sceglie l’indirizzo di cucina o sala di aspetta di fare quante più ore possibili di pratica e di esperienza reale. Quando arrivano lo dicono proprio che a scuola vedono troppo poco”.
L’argomento ha scaldato il pubblico delle tavole rotonde, suscitando molto interesse e non meno interventi di preoccupazione: “Aprire una Partita IVA è complicatissimo. Bisogna che ci si venga incontro anche a livello normativo per aiutarci!”. E in effetti è emerso che se è vero che c’è un decreto interministeriale che consente agli alberghieri (e anche agli agrari) di fare impresa, è pur vero che al dirigente spetta un carico un po’ troppo grande: rappresentante legale dell’azienda, deve essere OSA, avere il requisito SAB e assicurarsi che ci siano tutti gli altri requisiti richiesti, senza semplificazione alcuna. Ha senso questo? La capacità produttiva di una piccola scuola può essere paragonabile a quella di un’ azienda?
L’impresa formativa non simulata nella Formazione professionale
Diverso è il caso di Engim, Ente nazionale non profit attivo nella formazione professionale, istruzione e cooperazione internazionale, che, come racconta Rina Giorgetti, direttrice regionale,
soltanto in Emilia Romagna (senza contare le altre ubicazioni) ha dato vita a ben sei imprese formative reali, tra botteghe alimentari, pizzeria sociale, ristoranti didattici ,bar, senza quelle complicazioni che un istituto di istruzione professionale, per la sua diversa natura, si trova ad affrontare.