L’autoproduzione è un rischio, oltre che un’opportunità
Torniamo a parlare del nostro rapporto con le conserve.
La penetrazione di alcune correnti culinarie, in particolare di matrice nordica, ci ha scossi e attratti a tutti i livelli gastronomici nell’ultimo ventennio. La fermentazione di vegetali è entrata a pieno titolo nelle pratiche in uso per molti ristoranti (così come il foraging, che prima non veniva chiamato così e non interessava un numero così elevato di erbe spontanee).
Alcuni professionisti a volte ignorano i rischi che si celano dietro a queste pratiche, esponendosi - e soprattutto, esponendo il cliente) - a gravi pericoli legati alla sicurezza alimentare.
Marco Colzani, che è sempre a stretto contatto con il mondo della ristorazione, dopo averci fornito un indispensabile ripasso di alcune parole chiave - pastorizzazione, apertizzazione, sterilizzazione - ci racconta come vede e cosa ne pensa dell’autoproduzione.
“Realizzare conserve all’interno del proprio ristorante è possibile, dal punto di vista normativo, ma devono essere rispettati dei protocolli precisi. L’HACCP, applicata a questo genere di preparazioni, aiuta a individuare i punti critici e a intervenire con le procedure adeguate, dai trattamenti termici all’acidificazione delle preparazioni. Quindi l’autoproduzione è sicuramente una scelta positiva, di valorizzazione e di sperimentazione, ma ci vogliono consapevolezza, studio, preparazione. La creatività è l’ultima delle priorità. Il consiglio per il ristoratore è di seguire ricette collaudate e solide, attingendo da volumi affidabili, oppure di farsi affiancare da consulenti capaci che aiutano nella formulazione di processi sicuri”.
Una nozione che è interessante anche per chi siede, da cliente, al ristorante: diamo sempre per scontato che un cibo autoprodotto in una cucina professionale sia pregno di valori aggiunti e qualità intrinseche (a cominciare dall’aspetto artigianale) spesso minimizzando i rischi.
Ma è giusto metterlo in discussione, capire che genere di locale si ha di fronte.
Finiamo anche a parlare di processi logici che saltano, quando si piegano alle mode.
“In alcune aree geografiche la fermentazione è stata funzionale a rendere commestibili e conservabili certi prodotti naturali. Penso, per esempio, alle pigne. In Italia i sistemi di conservazione sviluppati negli anni sono stati prettamente rivolti a rendere un alimento disponibile anche in futuro, più che a renderlo commestibile. È, letteralmente, l’atto di conservare, cioè di allungare nel tempo la vita del prodotto”.
Per alcuni, come Marco, le mode aiutano a pensare. Quando si si compie un passo indietro per capire il senso di certe azioni, allora può essere che si decida di imboccare un’altra strada, anziché accordarsi alla moda.
“Prima di iniziare ci siamo guardati attorno per studiare come le fermentazioni fossero presenti nel nostro paese, anche storicamente, e quello che abbiamo avvertito era il bisogno di un ritorno alla semplicità. A una confettura di frutta che sapesse di frutta”.