Parlare di Amarone non dev’essere scomodo
Abbiamo chiesto loro quanto sia complicato oggi parlare di Amarone alla ristorazione e che prospettive vedono per il loro territorio.
“L’Amarone è un vino con una sua intrinseca unicità: l’appassimento. Come tanti altri grandi vini - Baroli, Brunelli, Aglianici, Barbareschi, Chianti…- la sua grandissima forza è la longevità ma con questa peculiarità: le uve riposano, almeno 90 giorni, e durante questo periodo cambiano e perdono anche circa la metà del loro peso. Negli ultimi anni, purtroppo, si è iniziato a pensare che questa tecnica debba portare a un risultato più estratto, più pesante, meno dinamico e meno interpretativo di un’annata. L’Amarone è sicuramente un vino di estrazione ma è un vino che racconta - anche emozionalmente - un’annata tramite l’appassimento. L’appassimento non livella un risultato, come tante volte abbiamo sentito erroneamente dire, ma seleziona il risultato. È un vino fortemente fatto in vigna, dove l’uva diventa regina. Non ci sono scorciatoie, solo una materia prima meravigliosa - sempre che l’annata lo consenta”.
E qual è, nella pratica, la strada adottata da Elettra e Umberto? Incalziamo noi, visto che alcuni esempi di Amaroni ‘livellati’, invece, ci verrebbero in mente.
“Effettuiamo appassimenti aperti, non sterilmente chiusi e condizionati o termoregolati, che consentono all’uva - un po’ come in pianta - di dipendere dalla temperatura e dall’umidità di fuori, dal caldo o dal freddo, perché vorremmo consentire a questo vino di riflettere fortemente le annate. In quanto al mercato, pensiamo che l’Amarone sia un vino intoccabile - e forse anche prezioso - perché non soggetto a mode o umori. L’Amarone è una scelta e la scelta è farlo se l’annata consente, in modo ancora più sentito se si decide di produrlo secondo una tradizione più artigianale in fermentazione spontanea. È difficile pensare che in un mondo sempre più incline ai vini scarichi, di beva rapida, di sensazioni immediate, l’Amarone sia un vino da ricercare. E invece probabilmente lo è, per tornare indietro e ricordarsi di non correre troppo, per tenerci stretti l’idea che le cose grandi richiedono tempo e che a fare un grande vino è sempre e solo una grande uva. Ce lo immaginiamo non come un vino da meditazione ma un vino che fa riflettere. Non come un vino pesante ma un vino da pesare”.