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Stefano Amerighi

13/11/2025

Stefano Amerighi
foto di copertina di Lido Vannucchi

Quando nel vino c’è un pensiero che non riguarda solo il vino

Qualcuno, a un tavolo di degustazione, il mese scorso, mi diceva che se c’è dell’umanità dietro a un vino quell’umanità, nel vino, si sente. Non c’è nulla di scientifico in questa considerazione; nulla di misurabile, niente da annotare in una scheda tecnica.
È un pensiero che potrebbe far inasprire la lettura di questo articolo a chi del vino non ama l’approccio poetico, romantico, ma si concentra preferibilmente su aspetti tecnici.
Ma vale la pena che vi fermiate, perché se c’è un’urgenza - anche nel settore enologico - è quella di non andare avanti per inerzia e di farsi arricchire da ogni pensiero, soprattutto quando diverge dal nostro.
Dopo aver parlato con Stefano Amerighi ci è sembrato chiaro che l’umanità, in un vino, è qualcosa che va oltre l’interpretazione immateriale: è un fattore tangibile, che produce effetti pratici, che diventa conseguenza e opportunità.

L’azione che nasce come reazione
Ci arriviamo piano, a capire questo concetto dell’umanità dentro a un vino, così come ci suggerisce il produttore, Stefano Amerighi. Partiamo raccontando della Cortona aretina e di quando Stefano si è avvicinato al vino, da giovanissimo, come bevitore. Figlio di una famiglia di agricoltori-allevatori avvezzi alle pratiche convenzionali, da attento osservatore ha sviluppato un pensiero critico rispetto a ciò che accadeva un po’ dappertutto in quegli anni, che proviamo a riassumere così: impoverimento del suolo.
“Lo sfruttamento del suolo era una prassi già in corso d’opera a quel tempo. Non trovavo però una risposta soddisfacente nel biologico per come era all’epoca. All’inizio il biologico era più un’espressione ideologica che la garanzia di una produzione di qualità. Il mio orientamento alle pratiche biodinamiche è nato dopo un corso sulla biodinamica. Fui folgorato dal pensiero antroposofico di Steiner e dall’idea che si potesse approcciare alla terra con una visione olistica e non più affidandosi solo a quei parametri che rimbalzavano tra le mura di casa nostra. La terra da quel momento per me non era più solo secca, bagnata, ricca, acida… era qualcosa di molto più complesso!”.
Stefano ci racconta del primo periodo, dello studio, dell’inevitabile scontro generazionale in famiglia. E soprattutto di una presa di consapevolezza.
“La mia era un’azione, anzi una reazione, a ciò che non ritenevo giusto. Quella nuova visione approfondita ha condizionato il mio modo di concepire la vigna e poi il vino. Ho lavorato sulla Syrah, che ho scoperto nel Rodano, perché qui in Val di Chiana sta bene, può esprimersi. Ma ho voluto farlo in modo diverso, quindi con fermentazioni spontanee, senza additivi e filtrazioni. Oltre a questo c’è un altro impegno che per me era essenziale: quello della responsabilità sociale, che per noi vale quanto la qualità del vino messo in bottiglia. Questa responsabilità deriva dall’idea che lavorare la terra sia qualcosa che va oltre, raggiunge la sfera della comunità”.

Stefano Amerighi
Stefano Amerighi

La responsabilità sociale
Abbiamo chiesto a Stefano perché in tanti ambiti si sia arrivati a parlare di sostenibilità sociale e invece, nel mondo del vino, settore che in parte si è fatto portatore di rispettabilissimi valori negli ultimi anni (l’artigianalità, l’associazionismo…) questo argomento rimanga ancora defilato.
“È una bella domanda e ci penserò. Posso dirti che noi andiamo oltre l’essere produttori, ne facciamo una questione di valore per la collettività. Intendo dire che chi lavora nella mia azienda ha un contratto regolare, non è una presenza stagionale. Abbiamo impostato il rapporto professionale sul rapporto umano, cioè su una dimensione conviviale, autentica, dove c’è qualità nello stare. Vale anche per il rapporto con gli altri interlocutori, ossia i fornitori, i clienti e visitatori, perché questo impiego è una relazione continua e ciascuna merita attenzione.
Oltre a questo, la responsabilità sociale si concretizza anche con l’impegno di rispettare i suoli, le piante e in generale la complessità che abita la natura. Lo facciamo per credo e come gesto per la comunità. Chi produce vino è anche custode, non solo produttore. Non voglio parlare di etica… ma le aziende, con le loro scelte, hanno un peso reale” ci dice Stefano Amerighi.
Una bottiglia per entrare in una carta dei vini dovrebbe essere anzitutto buona, su questo non si discute. Ma la sensazione è che oggi ci sia un eccessivo accento sugli aspetti qualitativi, come parametro di scelta; o meglio, di performance e immagine del vino, in quella che sembra una continua corsa dell’etichetta. Non sono ancora abbastanza le insegne che si interrogano sulla dimensione umana e relazionale che sta dietro alla sagoma di una bottiglia.
No, non basta dire: Conosco il produttore, come lavora. È poco interventista. Ha i vigneti orientati a sud. Senti che naso. Quando si millanta di fare ricerca il lavoro dovrebbe raggiungere anche questi temi, sempre più rilevanti se vogliamo immaginare un futuro “più felice”, come ci suggerisce Stefano. Bisognerebbe provare a cambiare il metodo di selezione premiando chi lavora anche per gli altri, oltre che per se stesso.

Stefano Amerighi
Stefano Amerighi

Non è già tutto scritto
Si può ancora innovare nel mondo del vino?
È la stessa domanda, declinata in ambito culinario, che ultimamente facciamo anche a tanti ristoratori. Scopriamo che molti avvertono il bisogno di tornare indietro, forse perché il serbatoio della creatività e dell’innovazione ha raggiunto alcune derive. Non significa regredire ma piuttosto tornare a una dimensione più umana, accessibile e comprensibile, oltre che economicamente sostenibile. Ed è per questo che a fianco a tante insegne fine dining sono nate trattorie omonime.
Questa domanda sull’innovazione l’abbiamo posta anche a Stefano.
“Il nostro è un mondo che ha tantissime capacità ancora inespresse. Siamo passati dal vino-alimento al vino come prodotto edonistico, per poi arrivare al vino ripensato come prodotto naturale, cioè a minore impatto ambientale, ma anche al vino come prodotto che veicola l’espressività del suolo. Oggi è importante interrogarsi su un’altra evoluzione che sta attraversando il vino: l’aggregazione e lo scambio. Stanno cambiando i rapporti nella produzione e nella distribuzione. Bisognerà acquisire velocemente un modo di lavorare che mette in primo piano il futuro. E la monocoltura, intesa anche nel settore vitivinicolo, non è compatibile con il futuro” ci dice Stefano.
Abbiamo parlato anche di nuove strategie di distribuzione adottate dai produttori e di piccoli gruppi che lavorano per progetto, come Halarà, un collettivo di vignaioli che insieme alleva e vinifica. Ne fanno parte Francesco De Franco (A Vita, Cirò-Crotone), Corrado Dottori (La Distesa, Cupramontana-Ancona), Giovanni Scarfone (Bonavita, Faro-Messina), Stefano Amerighi (Stefano Amerighi, Cortona-Arezzo). Le uve si raccolgono vicino a Contrada Bausa, nel marsalese, come ci raccontava qualche mese fa Nino Barraco in un’intervista. 


 

 

Stefano Amerighi
Non smettiamo di viaggiare
Stefano è un produttore da andare a trovare. Anche lui, ci racconta, è figlio del viaggio; di quel viaggio che diventa sorgente di idee, relazioni, messe in discussione.
“La mia generazione aveva conquistato una grande libertà, quella di poter viaggiare. Per me il Rodano è ancora oggi una seconda casa. In realtà, devo dire, ho iniziato a viaggiare anche stando fermo, da quando le persone hanno cominciato a farci visita. Mi soffermerei sul cambiamento radicale che sta avendo nelle zone rurali, a cui stiamo dando un’importanza nuova… ed è giusto che sia così: la natura è l’ambiente più idoneo all’essere umano. È anche per questo che la campagna è diventata un luogo di viaggio e di scambio, abbandonando la sua veste conservatrice e retrograda. Per me Poggiobello di Farneta è una doppia opportunità: vivo dove ho radici ma godo anche dell’apertura che mi portano le persone”.
a cura di

Giulia Zampieri

Giornalista, di origini padovane ma di radici mai definite, fa parte del team di sala&cucina sin dalle prime battute. Ama scrivere di territori e persone, oltre che di cucina e vini. Si dedica alle discipline digitali, al viaggio e collabora con alcune guide di settore.
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