Si è parlato dei due euro per il piattino, di granchio blu fino allo sfinimento, di un pasto rimborsato dall’ambasciata a Tirana, di post scritti da critici gastronomici che si accorgono solo ora che ci si parla addosso come questo: “Riflessione ferragostana. Ieri sera, cena con amici, entrambi professionisti; medici, nello specifico. Si parla del mio mondo e a un certo punto esce un nome, quello di Niko Romito. Mi guardano entrambi con aria interrogativa: “Niko chi?”. E lo scandalo immane che ha animato le bacheche, allora? Provate anche voi, vedrete quanta gente conosce un cuoco italiano fondamentale come lui. ‘Lì fuori’ nessuno ne ha la più pallida idea. Morale della favola, se non la finiamo di parlarci addosso e non iniziamo a far diventare vera cultura il mondo dell’alta cucina, senza arrabattarci attorno a un minuscolo circo (circo, sì, non circolo) di pseudoeletti, siamo destinati a sparire”.
Forse è arrivato il momento di dire che la ristorazione, se non si unisce, se non fa le scelte funzionali a un cambiamento sociale ed economico che sta incidendo sulle vite di milioni di persone, se non comincia a parlare una lingua che è quella del benessere, fisico e psicologico, della storia e della cultura alimentare, quella vera non quella delle favole campestri, se non fa valere il suo peso nell’economia del Paese, in quella del turismo, nell’immagine globale che offre dell’Italia, perderà ogni possibile appeal.
Se per tutta l’estate parlare di ristorazione ha voluto dire considerare questo settore che conta quasi 300.000 piccole e medie imprese quello del piattino a due euro o essere considerata al più basso livello di populismo dai massimi esponenti del nostro governo, anziché affrontare i temi che coinvolgono una filiera intera, fatta da aziende che forniscono le materie prime, da distributori che le scelgono e le consegnano ma prima attrezzano le loro imprese con investimenti notevoli in organizzazione e logistica per far si che queste materie prime vengano rispettate in ogni passaggio, significa che dobbiamo ancora fare molta strada per dare molta più rispettabilità al settore.
Il nostro lavoro deve essere quello di far conoscere il bello e il buono della ristorazione, il bello e il buono delle tantissime aziende italiane, ma non solo, che producono per garantire alle brigate di cucina l’obiettivo di rendere piacevole un pasto al ristorante; il nostro compito è quello di far emergere chi specula sul cibo, per fare chiarezza in questo settore rendendolo, per davvero, un esempio straordinario di made in Italy; il nostro ruolo non è quello del gossip, per quello ci sono già anche troppi strumenti, non è quello di esaltare all’ennesima potenza gli chef-star, ma è quello di dar voce a chi lavora bene, presta attenzione ai suoi clienti, li considera il vero valore del proprio ristorante. E solitamente queste persone, questi professionisti non trovano quasi mai uno spazio per raccontare il loro stile di lavoro. Su queste pagine lo facciamo da tempo, sul nostro sito altrettanto. E questo ci rende orgogliosi del nostro lavoro!