Innovare uscendo dal selciato
Scrivere il termine innovazione suona ancora bene oggi?
Ci stavamo ponendo questa domanda dopo l’ennesima “innovazione” rintracciata nella comunicazione online di un locale (poi ritrovata anche sulla carta, nella prima pagina del menu). È proprio da qui che è nata questa riflessione.
Si tratta di un ristorante con una proposta comprensibile, senza picchi di estrosità; un’insegna in cui si fa cucina territoriale, con materie prime locali e interni leggeri, e grandi piatti in cui viene lasciato molto bianco attorno alla pietanza, per intenderci.
Ci sono sicuramente svariate altre doti nascoste dentro a quell’indirizzo; eppure la parola innovazione, a quanto pare, per i proprietari, ci andava infilata per forza, scartando tutte le altre.
Pena - probabilmente - il non essere allineati a una frontiera, quella dell’innovativo, che per alcuni sembra un’ossessione più che un orientamento di operatività e pensiero.
Sentendo il bisogno di andare fuori dal selciato, ce lo siamo chiesti noi: “un ristorante incline all’innovazione” sta dando un’informazione precisa? Si stanno fornendo degli strumenti oggettivi al potenziale cliente che è dall’altra parte?
C’è davvero bisogno di scrivere quella parola per riassumere la linea adottata dall’insegna?
Guardandoci dentro (al sito) non abbiamo trovato nulla di interessante che la motivasse; non vi sono specifiche su quali siano le strade innovative percorse; non si parla dettagliatamente di cucina, sala, politiche di gestione del personale, obiettivi, visioni aziendale, servizi, scelte di work-life-balance.
Se un ristorante decide di definirsi “innovativo” solo perché realizza piatti in stile fine dining, allora c’è qualcosa che non torna. Questa non è più innovazione: non si sta leggendo, scrivendo o interpretando il settore in un modo che non s’era mai visto. Bensì, ci si sta accodando a una grande fetta di colleghi che fanno la stessa cosa.
Innovativa lo è stata l’espressività artistica di Gualtiero Marchesi, il modo di raccontare i lati oscuri della ristorazione di Anthony Bourdain, il roner introdotto Joan Roca e Narcís Caner, la Fisiologia del Gusto di Brillat-Savarin. Perché in quelle nuove proposte c’era una visione, una capacità di generare valore e modernità anche per gli altri.